La ricotta.

 

Ingredienti

Pasta frolla al cacao

  • 75 Gr Cacao in polvere amaro
  • 450 Gr Farina
  • 125 Gr Zucchero A velo
  • 250 Gr Burro
  • 3 Tuorli
  • Qu.b. Buccia grattugiata di limone e arancia

Ganache di copertura al cioccolato extrafondente

  • 300 Gr Panna fresca
  • 300 Gr Cioccolato extrafondente

Crema di ricotta per il ripieno

  • 1kg Ricotta
  • 4 Uova+ gli albumi precedenti
  • Qu.b. Vaniglia
  • 200 Gr Zucchero
  • 200 Gr Panna fresca

Istruzioni

  1. Impastare prima la frolla. Unire prima lo zucchero, le uova e il burro a pezzetti e man mano aggiungere il cacao, la farina e le bucce grattugiate. Ottenere un impasto omogeneo. Ricoprite con pellicola trasparente e far riposare l'impasto in frigo per un'ora.

  2. Fare sobbollire la panna in un pentolino, spegnere e aggiungere la cioccolata in pezzi. Mescolare bene fino a ottenere una crema, mettere il coperchio e lasciar raffreddare.

  3. Per la crema di ricotta: Unire tutti gli ingredienti in un tegame e a fuoco basso dare un bollore e far addensare un po'. La ricotta deve essere ben scolata senza siero. Rivestire la tortiera con carta forno, stendere la pasta frolla e foderare la tortiera. Versare la crema di ricotta all'interno e infornare a 180 gradi per 25 minuti. Il forno deve essere già caldo. La crostata sarà pronta quando vedrete la ricotta che si fa un po' dorata. Una volta sfornata, lasciatela raffreddare un po' e poi versateci la ganache al cioccolato. Lasciate raffreddare bene e poi mettetela in frigo. Solidificandosi sarà ottima e il taglio perfetto.

La grotta di Polifemo, il primo caseificio da ricotta.

Ebbene sì, la ricotta è una leccornia così conosciuta dagli antichi da essere citata perfino nell’Odissea – per la precisione, nel nono libro. Lavorata e stagionata nella grotta del ciclope doveva essere sicuramente buonissima, tanto da tentare Ulisse e i suoi compagni con le conseguenze che ben sappiamo.

San Francesco d’Assisi, riscopritore della ricotta

Tanto la amavano gli antichi quanto fu dimenticata nel Medioevo. Non sappiamo perché questo sia successo, ma la tradizione cristiana vuole che sia stato il poverello di Assisi ad insegnare nuovamente ai pastori del Lazio a produrre questo formaggio dimenticato, che infatti ora è una specialità del luogo.

Vera o falsa che sia la storia, la ricotta – un formaggio povero, fatto con la parte più umile del latte – trovò così un perfetto promoter. La ricotta infatti è semplice, umile, ma perfettamente bianca e celestiale. Proprio come l’immagine del Santo.

La ricotta pasoliniana

Concludiamo la nostra piccola storia della letteratura della ricotta con un artista contemporaneo. Pasoli andò oltre Omero e la leccornia cremosa divenne addirittura il titolo di una sua opera – La Ricotta, appunto.

Un’opera triste in realtà, in cui il semplice formaggio diventa il pranzo del protagonista, un semplice popolano ignorato e disprezzato dal mondo borghese che lo circonda.

Oggi vi insegnerò una crosta al cioccolato con un ripieno di ricotta, questa è la mia torta preferita, ottima per i bambini.

Crostata ricotta e cioccolato.

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina Italian
Preparazione 30 minuti
Cottura 25 minuti
Tempo totale 55 minuti
Porzioni 8
Chef Francesca Tartaglia

La torta della nonna.

Secondo alcuni la reale origine di tale dolce è da attribuirsi al territorio Aretino, mentre altri optano per un’origine più recente fiorentina.

Alcune fonti dicono che la torta nacque per scommessa da parte di Guido Samorini, cuoco e ristoratore fiorentino. Secondo la tradizione, alcuni clienti stanchi dei pochi dolci che la cucina tipica offriva gli chiesero una sorpresa per la settimana successiva quando si sarebbero presentati per la novità. Il Samorini gli presentò questa torta semplice che fece tanto piacere nel gusto e nella novità.

C’è tuttavia un passaggio di Pellegrino Artusi che insinua il dubbio per cui la torta della nonna esistesse già molti anni prima: “…trovai il dolce ai pinoli e alla crema pasticciera un pasticcio gradevole, una frolla povera…“.

Una delle varianti di questo dolce è la “Torta del nonno”, con l’aggiunta di cacao e dell’utilizzo delle mandorle al posto dei pinoli. Altre varianti prevedono l’aggiunta di amarene all’interno della crema. Ma noi oggi andremo a preparare la ricetta classica.

Torta della nonna.

Dolce semplicemente perfetto.

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina Italian, torta della nonna, pinoli, crema pasticcera, zuccheo a velo.
Keyword torta della nonna, crema pasticcera, dessert, pasta frolla, zucchero a velo, pinoli
Preparazione 15 minuti
Cottura 25 minuti
In frigo 1 ora
Tempo totale 40 minuti
Porzioni 6 Persone
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

Pasta frolla

  • 450 Gr. Farina
  • 125 Gr. Zucchero A velo
  • 250 Gr. Burro
  • 3 N. Tuorli
  • Qu.b. Buccia grattugiata di limone e arancia

Crema pasticcera

  • 750 Ml Latte fresco Intero
  • 250 Ml Panna Fresca
  • 400 Gr Zucchero Semolato
  • 100 Gr. Farina 00
  • Qu. B. Vaniglia
  • 4 Tuorli

Decorazione.

  • 30 Gr. Pinoli
  • Qu.b. Zucchero a velo

Istruzioni

  1. Iniziare a fare la crema pasticcera. 

    Far bollire in una pentola 750 ml di latte, 250 Gr di panna fresca e 200 Gr. Di zucchero.  A parte mescolare con 200 Gr. Di zucchero, 100 Gr. Di farina e la vaniglia. Appena bolle il latte aggiunggerne un mestolo alla farina e mescolate. Aggiungere un tuorlo alla volta e mettete il composto nel latte a fuoco basso, mescolate fino a far addensare il composto.

  2. Preparate la pasta frolla, mescolando tutti gli ingredienti e ponete in frigo il composto per un'ora.

  3. Imburrate, infarinate e foderate con carta forno una teglia. Rivestirlo con poco più di metà dell'impasto, riempirlo di crema pasticcera e ricoprirlo con la restante pasta. Cospargere di pinoli e infornare a 180 gradi per 25 minuti.

  4. Una volta raffreddata cospargetela di zucchero a velo.

I Biscotti delle Fate.

I biscotti sono una preparazione antica, caratterizzata da forte presenza del miele (in origine) o dello zucchero (più recentemente) e dalla completa cottura in forno: due caratteristiche che li rendevano conservabili anche per lunghi periodi.

I biscotti sono solitamente a base di farinauovoburrozuccherobicarbonato d’ammonio(generalmente chiamato ammoniaca o ammoniaca per dolci) ed eventualmente lievito e aromi vari. Oggi la farina usata è in massima parte di frumento, ma non mancano esempi di farine diverse come gli amaretti di farina di mandorle, i nocciolini di Chivassodi farina di nocciole piemontesi, le paste di meliga di farina di mais o i zaéti veneziani di farina di polenta, per restare nella sola tradizione italiana. I biscotti entrano nella tradizione culinaria di tutto l’Occidente, del Medio Oriente e dell’Estremo Oriente e si presentano in numerosissime varianti.

I biscotti compaiono nella tradizione culinaria di quasi tutti i paesi e talvolta hanno migrato al seguito di eserciti, matrimoni reali o spostamenti di colonie di contadini. Tentare una classificazione è difficile, tuttavia si possono individuare alcuni tipi. Tra i più frequenti e conosciuti troviamo, in ordine di apparizione storica: cialde,

Sono preparazioni in cui una pastella viene cotta su una superficie rovente, che solitamente è tonda o romboidale e presenta uno stemma o una superficie a grata. Le cialde possono essere dolci o salate e sono diffuse in tutta Europa sin dai tempi dei Greci (obleios) e dei Romani (alita dolcia). Dolci simili si trovano anche in Russia, (blini), in India (poori), in Medio Oriente (qata’if), in Indonesia (dadar gutung), in Cina (bao bing). Alla stessa famiglia appartengono le crêpes, i pancake, le tegole, i brigidini di Lamporecchio e i wafer. Sono una delle preparazioni più antiche ed erano diffusissimi già nel Medioevo. Oggi come allora si accompagnano al dolce quanto al salato.

I contenuti variano enormemente: uova, burro, latte, olio, zucchero, miele, aromi vari. Le cialde esistono di tre tipi: croccanti e friabili (come le tegole italiane), morbide e soffici (come le gauffres), morbide e piatte (come le crêpes). Alcuni esempi: le gauffres francesi, belghe e tedesche, i waffel olandesi, le tegole o i canestrelli italiani, le infinite varianti di wafer diffusi in tutta l’Europa occidentale.

Biscotti speziatiModifica

Hanno una forte componente di aromi quali anicecannellanoce moscatapepezenzero, semi di papavero, eccetera e sono spesso dolcificati con il miele. Sono comuni nell’Europa centrale e settentrionale e spesso accompagnano la tradizione del Natale di Santa Claus. Possono contenere burro o lievito e sono, solitamente, di forma fantasiosa (pupazzetti, animaletti, cuori, fiori, stelle, abeti o Santa Claus) e variamente decorati con glasse e confettini di zucchero.

Alcuni esempi: i mustazzoli in Italia. Gli speculoosbelgi, austriaci e tedeschi, i Ruiter Speculaasolandesi, solitamente a forma di mulino a vento, le Zimtsterne e i Lebkuchen tedeschi, i pan di zenzerotedeschi, olandesi, svedesi, spesso a forma di casetta decorata di canditi e confetti per ricordare la storia di Hänsel e Gretel, i kaneelkoekjes olandesi.

È una famiglia davvero ampia, inizialmente di tradizione araba e pian piano diffusasi praticamente ovunque dalla Sicilia alla Germania, dalla Spagna alla Danimarca. Alcuni esempi: gli amaretti, i ricciarelli, la pasta di mandorla, i canestrelli e la frutta di Martorana in Italia, i Kipferln e i Spitzbuben in Germania, i perrunillas, almendrados e i bocaditos in Spagna, i bitter koekjes nei Paesi Bassi, i petitfourfrancesi.

Biscotti di frutta secca o canditiModifica

Sono preparati con aggiunta o ripieno di nocinocciolenocciolinemandorlecastagnefichi secchi, dattericanditi di frutta varia (arancialimonezucca), uva passa. Sono diffusi ovunque secondo la disponibilità di ingredienti del territorio.

Alcuni esempi: i brut e bun di nocciole, le pitte di San Martino con le scorze d’arancia candita, i ravioli dolci di fichi, datteri o uvetta, i pan de mòrt con le mandorle, le passulate con noci e mandorle, i petralicon fichi secchi e uva passa in Italia, kletskoppen di noccioline in Olanda, le Zimtsterne di noci e nocciole Tedesche, i mince pies con frutta secca al brandy in Inghilterra, i sanyura con mandorle o pistacchi e acqua di fiori d’arancio in Libano, i mamul di datteri e talvolta semola anziché farina di frumento, i barazikdi sesamo in Siria.

I frollini sono i biscotti di pasta frolla. Hanno un impasto di farina, burro, zucchero e uova e la presenza di burro è notevole; hanno origine più recente dei primi e sono più deperibili. Appartengono alla grande famiglia delle paste secche di pasticceria ed erano riservati ad occasioni di feste, anche in considerazione della forte presenza di burro che li rende molto nutrienti e non sempre facilmente digeribili.

Accanto alla tradizionale produzione artigianale, oggi si affianca una imponente produzione industriale e i frollini sono spesso venduti come prodotti da colazione. Alcuni esempi: le paste di meliga con farina di mais, le offelle con olio di oliva, le margherite di Stresa in Italia, gli spritsgebak in Olanda, gli shortcake e gli shortbread inglesi e americani, gli alfajores in Spagna.

Altri tipi di biscotti.

Si producono biscotti con ingredienti ritenuti curativi (come le fibre) o ricostituenti, oppure privi di ingredienti che possono risultare inadatti ad alcuni, come burro, uova. Rientrano in questa categoria anche le semplici e diffusissime gallette dolci, che spesso accompagnavano i pasti di soldati e marinai perché semplici, economiche e poco deperibili.

La categoria sta subendo oggi una forte espansione a causa del numero sempre crescente di allergici ai cibi più svariati. Troviamo quindi biscotti senza glutine, senza uova, senza noci o nocciole, senza zucchero, ecc., che spesso sono garantiti da una o più associazioni di consumatori quando non direttamente dal Ministero della Salute.

Biscotti con carne o di formaggio.

Sono solitamente di sfoglia di pasta ripieni di crema a base di latte o di

I Biscotti delle Fate.

Questi biscotti sono leggerissimi e buonissimi, adatti per la prima colazione, come dopocena o in qualunque momento della giornata. Possono anche essere ricoperti di cioccolata, bianca, al latte oppure Extrafondente. 

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina Italian, Mediterranean
Preparazione 10 minuti
Cottura 15 minuti
Tempo totale 25 minuti
Porzioni 6 Persone
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 1 Kg Farina
  • 4 Uova
  • 140 Gr Burro oppure olio di oliva Extra vergine
  • 260 Gr Zucchero Semolato
  • 120 Ml Latte
  • 20 Gr Ammoniaca per dolci
  • 1 Bacca Vaniglia

Istruzioni

  1. Rompere le uova in un recipiente e lavorarle con lo zucchero. Aggiungere l'olio o il burro, l'ammoniaca per dolci, una bustina, mescolata con il latte tiepido. Unire l'interno della bacca di vaniglia. Aggiungere un po' alla volta la farina e impastare. Ottenere un impasto liscio, mobido e omogeneo. Foderare una teglia con carta forno. Stendere la pasta e fare le forme che preferite. Spennellare con del latte e passare nello zucchero semolato, poi infornate a 180 gradi, fino a quando non saranno gonfi e dorati.

  2. Conservare in barattoli di vetro.

formaggio o di carne. Anch’essi antichissimi, sono tipici dei luoghi di produzione casearia e un po’ più rari (o più dimenticati) dei restanti biscotti citati. Alcuni esempi: gli ‘Mpanatigghi siciliani con la carne, casadinas o pardulas sardi con la ricotta in Italia, i pastéis de Belém con il latte in Portogallo.

Plumcake al cocco.

Il Cocco.

La parola cocco deriva dalla portoghese coco, che significa testa.

I marinai di Vasco de Gama, durante il viaggio nelle Indie, hanno dato il nome alla pianta in base alla forma del frutto che ha una vaga somiglianza con la testa a forma di zucca intagliata del Coco, mostro della mitologia ispanica molto simile all’uomo nero. 

La zona di origine della specie è controversa. L’uomo ha sicuramente avuto una parte rilevante nella sua amplissima distribuzione. Tra le zone che vengono ritenute possibili per la sua origine ci sono l’arcipelago indonesiano e il sud America.

Nell’antichità la pianta era già diffusa in tutta l’area del Pacifico con le sue numerose varietà che si differenziano per il colore, la grandezza e la forma del frutto. I portoghesi e gli spagnoli scoprirono il cocco esplorando le coste occidentali dell’America centro-meridionale e nel 1525 cominciarono a coltivarlo diffondendolo anche sulle coste orientali.

Oggigiorno le principali zone di diffusione della palma da cocco sono situate tra il ventiduesimo parallelo nord e il ventiduesimo parallelo sud.  La palma è coltivabile anche oltre questi limiti di latitudine, ma le coltivazioni perdono importanza commerciale. Generalmente le palme vengono coltivate sulla costa, ma la loro crescita non è limitata agli ambienti costieri. È possibile trovare palme anche a centinaia di chilometri dalla costa quando le condizioni climatiche lo permettono.  In ogni caso l’influenza marina ha sicuramente un effetto positivo sul raccolto dei frutti.

Generalmente la capacità delle noci di cocco di galleggiare sull’acqua marina è un metodo di diffusione naturale della specie. Le noci di cocco sono in grado di germogliare dopo 110 giorni di immersione nell’acqua di mare, periodo in cui possono percorrere fino a 5000 chilometri. La diffusione attuale è avvenuta ad opera dell’uomo sia in epoca storica, come documentato, sia in epoca precedente ad opera delle popolazioni indigene dei settori geografici interessati.

Oggi vi propongo un dolce soffice e che renderà la vostra colazione esotica.

Plumcake al cocco.

In questa ricetta ho usato lo yogurt Müller cremoso al cocco, ma voi potete usare quello che preferite.

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina Italian
Preparazione 10 minuti
Cottura 15 minuti
Tempo totale 25 minuti
Porzioni 12 Porzioni
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 3 Uova
  • 200 Gr Zucchero
  • 160 Gr Farina
  • 1/2 Bustina Lievito Paneangeli
  • 125 Gr Yogurt Al cocco
  • 100 Gr Olio di cocco
  • 3 Cucchiaini germe di grano

Istruzioni

  1. Montare le uova con lo zucchero fino a farle diventare belle spumose.

  2. Aggiungere lo yogurt.

  3. Aggiungere la farina, il germe di grano e il lievito e unire l'olio a filo.

  4. Infornare a 180 gradi per 15 minuti o fino a doratura, vale sempre la prova stecchino.

I bignè ed eclair

Le sue origini sono umili e l’etimologia incerta: il primo uso accertato del termine pare sia riferito a una tipologia di pane ripieno e cotto sotto la cenere.

Ci sono due i tipidi bignè : fritto o ripieno al forno. Il primo è un dolce di carnevale diffuso in diverse regioni italiane, fatto con un impasto di farina-uova-lievito-latte-burro-zucchero-liquore suddiviso in piccole forme, poi fritte e spolverate di zucchero a velo o in America è un impasto salato a forma di triangolo e fritto.

L’altra tipologia di bignè è un guscio di pasta choux ripieno di creme.

La ricetta della pasta choux sembra che nacque durante il Rinascimento alla corte di Firenze, per essere poi esportata in Francia a metà Cinquecento dai cuochi al seguito di Caterina de’ Medici andata in sposa al futuro re Enrico II di Valois; la paternità della preparazione viene attribuita al capo pasticcere mediceo Penterelli, perfezionata dal suo successore Popelini.

Fu verso l’inizio del XIX sec. che la ricetta prese il nome di pasta choux, perfezionata con la farciture di crema pasticcera o crema chantilly da Jean Avice e Marie-Antoine Carême, presentata a “montagnetta” guarnita di caramello (croquembouche) o ricoperta di cioccolata (profiterols) oppure lunghi e glassati eclair. Ci sono varie teorie riguardo al nome (eclair significa fulmine). L’eclair è così buono che si mangia in un lampo, la glassa molto luminosa ricorda il brillare di un fulmine, altri invece parlano della sua forma che ricorda un lampo.

Pasta choux.

Questo impasto può essere usato sia per preparazioni dolci sia per quelle salate. Viene prima cotto sul fornello e poi in forno. Si può usare sia acqua sia latte, che in cottura colorerà meglio i bignè. È consigliabile usare il burro, ma si può usare anche margarina o strutto. La cottura avviene in forno statico, in caso di forno ventilato, diminuire di 20 gradi la temperatura 

Piatto Breakfast, Dessert, Snack
Cucina French, Italian
Preparazione 20 minuti
Cottura 30 minuti
Tempo totale 50 minuti
Porzioni 30 Pezzi
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 185 Gr. Acqua
  • 165 Gr Burro
  • 75 Gr Farina 0 Manitoba
  • 100 Gr. Farina 00
  • 25 Gr Latte Intero
  • 5 Uova
  • Qu.b. Sale

Istruzioni

  1. Mettere a sobbollire l'acqua, il latte,  il sale e il burro a pezzetti, facendolo sciogliere bene. Versate la farina in un solo colpo nella pentola e mescolare velocemente per 1 minuto. Togliere dal fuoco e lavorare l'impasto ancora per 2 minuti. A parte sbattere le uova e unire un po' alla volta man mano che si assorbono, azionare  la frusta a minimo.

  2. Imburrato le teglie da forno e asciugare con carta assorbente. Non usare la carta forno, perché inibisce la lievitazione. 

  3. Riempire la sac à poche liscia e tenendola lateralmente sulla teglia creare i bignè o le eclair

  4. Distanziateli bene e cuocere in forno statico già caldo a 220 gradi per 20 minuti. 

  5. Una volta gonfi e dorati, spegnere il forno e aprirlo per togliere l'umidità e lasciarli raffreddare. Ora potete farcirli a piacimento. 

Fragole o ciliegie?

Tutte e due! Perchè scegliere?

Consumare sempre frutta di stagione. Le fragole e le ciliegie spesso versatili in dolci torte, oggi ve le proporrò insieme in una rossissima confettura dal profumo inebriante.

 Il vero frutto delle fragole sono i semini che vediamo sulla superficie, mentre la parte rossa è un’infiorescenza ingrossata.

La fragola era già nota ai Romani che la consumavano, tra l’altro, in occasione delle feste in onore di Adone. Secondo il mito, infatti, le lacrime della dea Venere cadute sulla terra dopo la sua morte si sarebbero trasformate  in cuori rossi dando origine, appunto, in questi frutti.

La tradizione medievale, invece, vede nella fragola un simbolo di tentazione e ancora oggi, del resto, ne è talvolta simbolo. Sempre in età medievale altre leggende dicevano che chi le avesse mangiate si sarebbe potuto trasformare in un mostro (la credenza, con molta probabilità, deriva dai  soggetti allergici che andavano incontro a manifestazioni cutanee). Un’altra leggenda voleva che la fragola proteggesse dal morso dei serpenti:, ma solo quelle raccolte nel giorno di San Giovanni (24 giugno), che dovevano essere essiccate e composte in una una cintura che avrebbe protetto dal veleno.

Fino al XVI secolo le fragole non erano oggetto di grande considerazione. Poi alcuni iniziarono ad attribuire loro doti terapeutiche: secondo  un alchimista tedesco, tale Crollius, il frutto poteva curare la lebbra perché simile nell’aspetto al sintomo della malattia; per Della Porta (filosofo e alchimista italiano) era invece un rimedio per le ferite perché di colore rosso come il sangue. Più vanitoso l’uso che ne faceva, tra Settecento e Ottocento, Madame Tallien che ne usava dieci chili alla volta per fare il bagno e mantenere una bella pelle.

Le fragole che coltiviamo oggi sono il risultato dell’incrocio tra la varietà europea e quella sudamericana. Nella varietà ibrida il frutto inizia a essere coltivato in Europa all’inizio del Settecento portato da un generale francese, tale Frézier, di ritorno dal Cile.  Se in passato le foglie più giovani della pianta venivano usate come surrogato del tè, oggi la fragola è uno dei frutti più apprezzati per svariate preparazioni.

Le ciliegie, invecenel 1400 ebbero anche l’onore di essere rappresentate in diversi quadri di soggetto sacro e vantano anche un santo patrono: san Gerardo dei Tintori la cui ricorrenza cade il 6 giugno. Sono citate anche in poesie di Garcia Lorca e di Pablo Neruda e protagoniste di vari detti popolari, notissimo “una ciliegia tira l’altra” e in Liguria “magiu u porta l’asagiu, giügnu cerèije au pügnu”. Nel 1700 se ne diffonde la coltivazione in tutta Europa e nel 1933 si ha notizia della prima sagra dedicata alla ciliegia svoltasi a Marostica.

Nella mitologia greca era la pianta sacra a Venere e i suoi frutti pare portino fortuna agli innamorati. In Sicilia si dice che le dichiarazioni d’amore fatte sotto un ciliegio saranno sempre fortunate. Le leggende  Sassoni narrano che gli alberi di ciliegio ospitino delle divinità che proteggono i campi. In Finlandia dicono che il colore rosso di questo frutto sia il simbolo del peccato. Nel folklore inglese pare che sognare un albero di ciliegie presagisca sfortuna mentre se ci spostiamo a Oriente in Cina rappresenta la bellezza femminile e il Giappone ne ha fatto il fiore simbolo nazionale fornendo anche una spiegazione per il colore rosa dei suoi fiori: sembra che in origine fossero bianchi ma dopo che i samurai caduti in battaglia vennero sepolti sotto gli alberi di ciliegio i petali divennero rosa a causa del sangue dei valorosi guerrieri; anche i samurai che decidevano di suicidarsi pare scegliessero di farlo proprio sotto questi alberi.

Ricordate di esprimere tre desideri la prima volta dell’anno che mangiate le ciliegie; piantate un ciliegio vicino a casa se volete preservarla dagli eventi naturali avversi, ma non raccogliete i rami fioriti per decorare la casa: questo pare che renda nullo l’effetto benefico.

La raccolta avviene in prevalenza in giugno avendo l’accortezza di completare quella delle ciliegie precoci prima del giorno di San Giovanni perché pare che dopo vengano infestate da piccole larve bianche chiamate per questi “giovannini” mentre ci sono varietà più tardive che maturano attorno alla metà di luglio.

Ci sono anche molte varietà di fragole, queste a 

Confettura Ceragola

La confettura di fragole e ciliegie l'ho chiamata con un mio neologismo Ceragola, dal'unione di cerasa e fragola. È profumatissima e buonissima, naturalmente. Io ho usato anche la pectina Fruttapec di Cameo. Sterilizzate bene i vasetti immergendoli in acqua bollebte per 20 minuti oppure nel forno statico a 210 gradi per 20 minuti oppure 10 minuti in microonde. Seguite esattamente il processo di pastorizzazione e sterilizzazione, è molto importante per la salute. Al momento di consumare la confettura, accertarsi sempre che il centro della capsula, il coperchio,  sia abbassato, questo denota permanenza del sottovuoto.

Piatto Breakfast, Dessert, Snack
Cucina Italian
Preparazione 15 minuti
Cottura 5 minuti
Tempo totale 20 minuti
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 500 Gr Fragole
  • 500 Gr Ciliegie Denocciolate
  • 1 Kg Zucchero
  • 2 Mele
  • 1/2 Limone
  • 1 Bicchieri d'acqua
  • 1 Bustina Pectina Fruttapec

Istruzioni

  1. Lavare e mondare le fragole e le ciliegie. Lavare e sbucciare le mele. Useremo la buccia. Far bollire la buccia della mela in un pentolino. Otterrete uno sciroppo scuro e denso. Filtrarli e aggiungerlo alle fragole, al succo di mezzo limone, alle ciliegie tagliate a pezzetti, alla pectina e allo zucchero in una pentola. Mescolare bene e portare a bollore. Cuocere per 5 minuti e passare con il frullatore ad immersione. La confettura deve gelatinizzare. Con lo sciroppo alla mela e il succo di limone si crea la pectina, perché la contengono, che fa gelatinizzare la confettura insieme alla pectina in polvere,  io ho usato quella Fruttapec di Cameo, ma va bene qualsiasi marca.

  2. Ancora bollente versate la confettura nei vasetti lavati e sterilizzati al microonde  per 10 minuti ognuno, chiudeteli con il coperchio e metteteli sottosopra, la confettura si potrà gustare dopo 24 ore. Ponete i vasetti al buio.

  3. Potete fare una bella crostata o mangiarla con il burro e il pane caldo.

  4. Per una corretta pastorizzazione oltre al procedimento che vi ho raccontato, potete anche versare la confettura a temperatura ambiente nei vasetti sterilizzati, senza superare il collo del vasetto, pulire i bordi e chiuderli con i propri coperchi, senza stringere troppo, avvolgerli con dei canovacci ognuno e porli in una pentola piena d'acqua, con i coperchi rivolti verso l'alto. L'acqua deve coprire i vasetti, portare a bollore e far bollire a fuoco vivace per 10 minuti.

  5. I vasetti in vetro non devono mai rimanere scoperti, se è necessario aggiungere acqua bollente.  Lasciare raffreddare i vasi nella pentola. La parte centrale del coperchio deve risultare abbassata, altrimenti bisogna ripetere la pastorizzazione.

seguire sono le qualità migliori.

la Mara De Bois: varietà rifiorente che ricorda il sapore delle fragoline di bosco, di media grandezza, fruttifica da maggio a ottobre.

— A seguire nella mia personale classifica c’è la Sabrosa che ha trovato terreno fertile in Basilicata. Frutti di dimensioni medio-grandi, polpa rossa, consistente, aromatica e molto zuccherina; sapore e aroma equilibrati nel rapporto tra zucchero e acidità.

— Annablanca: una varietà originale con frutti bianchi e rotondi, dalla polpa bianca dolce e succosa.

— Fragola di Tortona: Presidio Slow Food, nata all’inizio del secolo da una selezione di specie selvatiche presenti sulle colline tortonesi. Simile al lampone per dimensioni e colore, è dolce e aromatica, con un profumo intenso e inconfondibile.

— Belrubi: varietà unifera, frutti di medie dimensioni, dal colore rosso brillante, di forma allungata. La polpa di colore rosso scuro è molto zuccherina.

— Annabelle: varietà rifiorente dal leggero aroma di fragola di bosco.

— Marmolada: frutto di media grandezza, polpa di colore rosso intenso e molto dolce.

–Regina delle Valli: la classica fragolina di bosco.

La ciliegia ha origine col nome cerasa presente in diversi dialetti italiani, così come quello portoghese (cereja), francese (cerise), spagnolo (cereza), rumeno (cireş), in sardo (cerexa), e inglese (cherry), deriva dal greco κέρασος (kérasos) e da qui dal nome della città di Cerasunte (o meglio Giresun), nel Ponto (l’attuale Turchia) da cui, secondo Plinio il Vecchio, furono importati a Roma nel 72 a.C. da Lucio Licinio Lucullo i primi alberi di ciliegi.

La piadina romagnola

Diverse sono le ipotesi sull’origine della piadina e sulla sua forma e impasto originale. Fin dagli antichi Romani ci sono tracce di questa forma di pane. La prima testimonianza scritta della piadina risale all’anno 1371. Nella Descriptio Romandiolae, il cardinal legato Anglico de Grimoard, ne fissa per la prima volta la ricetta: “Si fa con farina di grano intrisa d’acqua e condita con sale. Si può impastare anche con il latte e condire con un po’ di strutto”. I prodromi dell’odierna piada possono essere individuati anche in una focaccia a base di farina di ghianda e altre farine povere in uso in tempi antichi nel territorio del Montefeltro.

Nella Romagna interna si prepara leggermente più spessa, mentre sulla costa, ad esempio nel riminese, è tirata più sottile. Era il pane dei poveri. Io vi cucinerò la piadina alla riminese.

Oggi le farciture più comuni, con variazioni da luogo a luogo, sono: alle erbe, chiamato anche ‘crescione verde’, (può trattarsi di spinaci e/o bietole, e nel riminese anche ‘rosole’ (papaveri) macerate nel sale), con o senza ricotta e formaggio grattugiato; con una base di mozzarella e pomodoro abbinata o meno con salumi, e chiamato anche ‘rosso’; con zucca e patate, spesso arricchite di salsiccia o pancetta.

 

Piadina romagnola alla riminese

Questo pane antico e allo stesso tempo molto contemporaneo è velocissimo da fare e utile se dovete organizzare una cena all'improvviso e avete solo un'ora. Potete sostituire lo strutto con dell'olio o del burro, ma cambia decisamente la ricetta della tradizione.

Piatto Appetizer, Breakfast, Dessert, Main Course, Snack
Cucina Italian
Preparazione 10 minuti
Cottura 5 minuti
Tempo di riposo 30 minuti
Tempo totale 15 minuti
Porzioni 16 Piadine
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 1 Kg Farina
  • 180 Gr Strutto
  • 400 Gr Acqua Tiepida
  • 15 Gr Sale
  • 1 Cucchiaino Bicarbonato

Istruzioni

  1. In una ciotola mettete la farina e fare un buco al centro, in cui mettere lo strutto e l'acqua tiepida. Aggiungere il bicarbonato e il sale. Impastare fino ad ottenere un impasto omogeneo.

  2. Fare le palline da 100 gr l'una e metterle a riposare per 30 minuti coperte con un contenitore a temperatura ambiente. 

  3. Con un mattarello stendete i dischi di pasta in modo sottile. Se avete il testo romagnolo potete cuocere lì, altrimenti va bene anche una padella antiaderente. Poneteli sulla padella antiaderente già calda. Quando iniziate a vedere le bolle, bucatele e girate la piadina, dopo pochi secondi è pronta per essere farcita a vostro piacimento. 

In data 4 novembre 2014 sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea è stata registrata come Indicazione geografica protetta la piadina romagnola / piada romagnola anche nella variante “alla Riminese”. Il marchio IGP è il risultato di oltre dieci anni di battaglie del Consorzio di tutela e promozione della piadina romagnola, fondato da quattordici produttori in rappresentanza di tutto il territorio interessato.

Auguri Mamme!

Quando ha inizio la festa della mamma? Intanto auguri a tutte le mamme! Per festeggiare tutte le mamme, ho pensato ad un dolce, profumatissimo, cremoso, croccante e soffice, proprio come le mamme. Di seguito trovate l ricetta.
Negli Stati Uniti nel maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista, propose di fatto l’istituzione del Mother’s Day for Peace (Giornata della madre per la pace), come momento di riflessione contro la guerra, ma l’iniziativa non ebbe successo.

Anna Jarvis celebrò la festa moderna Mother’s Day (Giornata della madre) per la prima volta nel 1908, sotto forma di un memoriale in onore di sua madre, un’attivista a favore della pace. La celebrazione di Jarvis si diffuse e divenne molto popolare, tanto che fu ufficializzata dal presidente Woodrow Wilson nel 1914, quando il Congresso deliberò di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri. Con l’andare del tempo questa festività si è evoluta in una festa commerciale, il cui volume di affari è superato solo dalle festività natalizie.

La festa venne introdotta nel 1917 in Svizzera, nel 1918 in Finlandia, nel 1919 in Norvegia e in Svezia, nel 1923 in Germania e nel 1924 in Austria. Successivamente molti altri Paesi introdussero anch’essi la ricorrenza.

In Italia, ad esempio, la Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo fu celebrata il 24 dicembre 1933, nel quadro della politica della famiglia del governo fascista. Nell’occasione vennero premiate le madri più prolifiche d’Italia. La data era stata scelta in connessione con il Natale. Questa celebrazione, però, non può essere vista come l’inizio della festa della mamma in Italia, perché fu una celebrazione una tantum e perché gli intendimenti erano in parte diversi.

La festa della mamma come la si intende oggi è nata invece a metà degli anni cinquanta in due diverse occasioni, una legata a motivi di promozione commerciale e l’altra invece a motivi religiosi e si festeggia ogni seconda domenica di maggio.

La prima risale al 1956, quando Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera, in collaborazione con Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia, prese l’iniziativa di celebrare la festa della mamma a Bordighera, al Teatro Zeni; successivamente la festa si svolse al Palazzo del Parco.

La seconda risale all’anno successivo e ne fu protagonista don Otello Migliosi parroco di Tordibetto di Assisi, in Umbria, il 12 maggio 1957. L’idea di don Otello Migliosi fu quella di celebrare la mamma non già nella sua veste sociale o biologica ma nel suo forte valore religioso, cristiano anzitutto ma anche interconfessionale, come terreno di incontro e di dialogo delle varie culture tra loro: il suo tentativo è stato ricordato, in due contributi, anche dal quotidiano vaticano.[3] Da allora, ogni anno, la parrocchia di Tordibetto celebra ufficialmente la Festa con importanti manifestazioni a carattere religioso e culturale. Sempre a Tordibetto è localizzato, unico in Italia, un “Parco della Mamma”, progettato dall’architetto assisano Enrico Marcucci intorno ai resti dell’antica chiesa di Santa Maria di Vico, con al centro una statua della maternità, opera dello scultore Enrico Manfrini.

Il 18 dicembre 1958 Raul Zaccari – insieme ai senatori Bellisario, Baldini, Restagno, Piasenti, Benedetti e Zannini – presentò al Senato della Repubblica un disegno di legge tendente a ottenere l’istituzione della festa della mamma. L’iniziativa suscitò un dibattito in Senato, che si prolungò anche nell’anno successivo: alcuni senatori ritenevano inopportuno che sentimenti così intimi fossero oggetto di norma di legge e temevano che la celebrazione della festa potesse risolversi in una fiera di vanità.

La festa comunque si autoistituzionalizzò in tutta Italia; a quanto pare anche i politici hanno le mamme.

Torta di ricotta e mandorle

Questa ricetta ricorda molto la Sicilia e i profumi mediterranei di agrumi e mandorle, è croccante e morbida, cremosa e vellutata. Dedicata a tutte le mamme. Ha vari passaggi, ma di grande effetto alla fine, ci vuole un po' di tempo, come per tutte le cose buone. Ve la posto un po' prima, in modo da poter fare la spesa per domenica. 

Piatto Breakfast, Dessert, Snack
Cucina Italian, Mediterranean
Preparazione 30 minuti
Cottura 40 minuti
Riposo in frigorifero 1 ora
Tempo totale 1 ora 10 minuti
Porzioni 12 persone
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

Per la crema interna

  • 250 Ml Panna Fresca
  • 500 Gr Ricotta Di pecora
  • 250 Gr Zucchero A velo
  • 100 Gr Cioccolato Extrafondente all'arancia
  • 2 Cucchiaio Limoncello
  • 1 Pizzico Cannella
  • 1 Pizzico Zenzero In polvere

Frolla alle mandorle teglia 28 cm diametro

  • 100 Gr Polvere Di mandorle Pelate e tostate
  • 2 Uova
  • 500 Gr Farina 00
  • 260 Gr Zucchero A velo
  • 2 Cucchiaini Miele Di acacia
  • 300 Gr Burro Ammorbidito

Per il disco di pan di Spagna

  • 100 Gr Farina 00
  • 10 Gr Miele Di acacia
  • 5 Uova
  • Qu.b. Vaniglia
  • 140 Gr Zucchero Semolato
  • Qu.b Zucchero a velo Per decorare

Istruzioni

  1. Iniziate a fare la frolla di mandorle così avrà il tempo di riposare in frigo. Tostate leggermente le mandorle pelate, se non le avete pelate, basterà metterle qualche minuto in acqua bollente, fate raffreddare l'acqua, la pellicola si toglierà con molta semplicità. 

  2. Poi riducetele in polvere con un mixer.

  3. Tenete qualche mandorla per la decorazione se volete. Lavorare prima lo zucchero con le uova, poi aggiungete la farina, le mandorle, il miele e il burro ammorbidito a temperatura ambiente. Lavorate bene, creare un panetto, scoprirlo con la pellicola trasparente e porre in frigo per un'ora.

Per il disco di pan di Spagna

  1. Dividere i tuorli dagli albumi. Lavorare i tuorli per almeno 10 minuti insieme a 90 gr di zucchero, al miele e alla vaniglia, fino a che non diventino chiari e spumosi. 

  2. Lavate bene le fruste altrimenti gli albumi non montano. Montare gli albumi a neve non troppo ferma insieme ai 50 gr di zucchero rimasti. Unite i due composti con una spatola dal basso verso l'alto e aggiungete con delicatezza la farina setacciata e amalgamate. Stendere l'impasto in una teglia foderata con carta forno. L'impasto che avanza potete utilizzarlo nei pirottini. Livellate con la spatola piatta e liscia e infornare in forno statico già caldo a 220 gradi per 6-7 minuti. La superficie del dolce deve diventare leggermente dorata. Non aprite il forno durante la cottura.

Per la farcia

  1. Montare la panna. Lavorare con lo zucchero la ricotta, aggiungere la cannella, lo zenzero, il limoncello e i pezzetti di cioccolata. Unite i due composti. 

  2. Stendere la frolla e foderate una teglia, che precedentemente avrete ricoperto con carta forno. Cercate di creare dei bordi dritti e alti. Infornate a 180 gradi per 15 minuti.

  3. Una volta raffreddata, farcitela con la crema di ricotta e chiudere con il disco di pan di Spagna. Porre in freezer per una mezz'ora e capovolgere la sul piatto da portata e decorate a piacimento. 

Il cioccolato e il suo meraviglioso viaggio.

  • Cari lettori, come vedrete amo il cioccolato alla follia, ma senza cadere nel cioccolismo, per questo vi preparerò spesso dolci al cioccolato, quindi, ho pensato di scrivervi qualche curiosità a riguardo. Il cioccolato ad esempio si trova in molti libri o film. Nel 1964Roald Dahl pubblica una storia per bambini intitolata La fabbrica di cioccolato da cui vengono in seguito prodotti due film: Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart (1971) e La fabbrica di cioccolato di Tim Burton (2005). Prima di poter essere mangiato come noi lo conosciamo il cioccolato ha fatto un lunghissimo viaggio attraverso i secoli. Raccontandovi i vari step che ci hanno portato alla tavoletta di cioccolato sarà un po’ come viaggiare nel tempo.

    Plum cake al cioccolato

    Potete coprire i vostri plum cake con dello zucchero a velo o con una ganache al cioccolato.

    Piatto Breakfast, Dessert
    Preparazione 10 minuti
    Cottura 30 minuti
    Tempo totale 40 minuti
    Porzioni 24 Plum cake
    Chef Francesca Tartaglia

    Ingredienti

    • 6 n. Uova
    • 400 gr Zucchero
    • 320 Gr Farina 00
    • 1 Bustina di lievito Per dolci paneangeli
    • 35 Gr Cacao Amaro in polvere
    • 250 Gr Yogurt Bianco
    • 200 Gr Burro Sciolto

    Istruzioni

    1. In un contenitore con le fruste elettriche montare le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso.

    2. Aggiungete lo yogurt, la farina  il cacao e il lievito. Sciogliere il burro al microonde e unirlo a filo all'impasto.

    3. Potete foderare uno stampo con carta forno o imburrato e infarinate uno stampo per plum cake, versandovi l'impasto.

    4. Io personalmente ho usato i pirottini, se volete farlo anche voi, con il dosa gelato versate l'impasto in ogni pirottino, stando attenti a non superarne la metà, dopo averli posizionati su una teglia.

    5. Io ho usato anche dei pirottini a forma di fiore, trovati da Tiger a Roma.

    6. Infornare a 175 gradi per 30 minuti circa, vale sempre la prova stecchino. Una volta raffreddati potete decorarli con lo zucchero a velo.

    Uno studio del 2003 promosso dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) di Roma, sostiene che il cioccolato fa bene al cuore. I risultati hanno rivelato che il fondente aumenta del 20% le concentrazioni di antiossidanti nel sangue, mentre quello al latte non ha alcun effetto; addirittura il fondente perde ogni effetto se accompagnato a un bicchiere di latte. Secondo i ricercatori il latte farebbe diminuire gli effetti positivi e cardioprotettivi. Ma come è arrivata

    a noi la lucida e stupenda tavoletta di cioccolato? È interessante scoprire che lungo viaggio e trasformazione ha subito il seme del cacao e soprattutto prendere coscienza di quanto, gli amanti del cioccolato di ogni età, siano fortunati a vivere in questo periodo storico, in cui il cioccolato è come lo conosciamo noi, dolce, buonissimo, in tavolette, in cioccolatini e tanto altro, mentre era consumato come bevanda salata a base di polvere di semi di cacao e spezie ed era amaro.

I Maya furono i primi a coltivare la pianta del cacao nelle terre tra la penisola dello Yucatán, il Chiapas e la costa pacifica del Guatemala. Per gli Indios i semi sono così preziosi da essere utilizzati come vere e proprie monete. Il cacao ha addirittura significati simbolici e religiosi. Presso i maya il cioccolato veniva chiamato kakaw uhanal, ovvero “cibo degli Dei”, e il suo consumo era riservato solo ad alcune classi della popolazione (sovrani, nobili e guerrieri). I maya amavano la bevanda di cacao preparata con acqua calda. Acqua si diceva haa, e caldo si diceva chacau 

La pianta del cacao ha origini antichissime e, secondo precise ricerche botaniche, si presume che fosse presente più di 6.000 anni fa nel Rio delle Amazzoni e nell’Orinoco. I primi agricoltori che cominciarono la coltivazione della pianta del cacao furono i Maya solo intorno al 1000 a.C. Le terre che si estendono fra la penisola dello Yucatàn, il Chiapas e la costa pacifica del Guatemala furono quindi le prime a vedere l’inizio della storia del cacao, e insieme a questo del cioccolato.

La leggenda dice che la coltura del cacao fu sviluppata dal terzo re Maya: Hunahpu. Un’altra leggenda, questa volta azteca, dice che in tempi remoti una principessa fu lasciata, dal suo sposo partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro; quando arrivarono i nemici la principessa si rifiutò di rivelare il nascondiglio di tale tesoro e fu per questo uccisa; dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono così amari come la sofferenza, ma allo stesso tempo forti ed eccitanti come le virtù di quella ragazza.

Successivamente ai Maya anche gli Aztechi cominciarono la coltura del cacao, e in seguito la produzione di cioccolata. Oltre a un impiego liturgico e cerimoniale, nelle Americhe il cioccolato veniva consumato come bevanda, chiamata xocoatl, spesso aromatizzata con vanigliapeperoncino e pepe. Tale bevanda era ottenuta a caldo o a freddo con l’aggiunta di acqua e altri componenti addensanti o nutrienti, come farine e minerali. Altri modi di preparazione combinavano il cioccolato con la farina di mais e il miele. La sua caratteristica principale era la schiuma, che veniva anticamente ottenuta mediante travasi ripetuti dall’alto da un recipiente a un altro. era un articolo di lusso in tutta l’America centrale pre-colombiana; i semi di cacao erano usati come moneta di scambio, di conto e anche come unità di misura: nel tesoro dell’imperatore Motecuhzoma (più noto con il nome di Montezuma) se ne poterono trovare quasi un miliardo.

Nel 1502 avvenne il contatto del cacao con la civiltà europea: Cristoforo Colombo  fu il primo europeo a provare il cacao durante il suo quarto e ultimo viaggio in America sbarca sull’isola di Gunaja, al largo della costa dell’Honduras, dove ha l’occasione di assaggiare una bevanda a base di cacao; al ritorno, portò con sé alcuni semi di cacao da mostrare a Ferdinando e Isabella di Spagna, ma non diede alcuna importanza alla scoperta, probabilmente non particolarmente colpito dal gusto amaro della bevanda.

Solo con Hernàn Cortéz si ha l’introduzione del cacao in Europa in maniera più diffusa, era il 1519. Arriva nel Nuovo Mondo dalla Spagna e la popolazione locale lo scambia per il dio Quetzalcoàtl, che secondo la leggenda sarebbe dovuto tornare proprio in quell’anno. L’imperatore Montezuma, allora, lo accoglie a braccia aperte e gli offre un’intera piantagione di cacao con i relativi proventi. Nel 1528 Cortéz porta in Spagna alcuni semi di cacao, recandoli in dono a Carlo V.

Il primo carico documentato di cioccolato verso l’Europa a scopo commerciale viaggiò su una nave da Veracruz a Siviglia nel 1585.

La tradizionale lavorazione per la produzione delle tavole di cioccolato solide, anch’esse di origine azteca, viene importata nella Contea di Modica, allora protettorato spagnolo. Tale lavorazione dà origine allo xocoàtl, un prodotto che gli abitanti del Messico ricavavano dai semi di cacao triturati su una pietra chiamata metate, prodotto che ormai si produce nella sola Modica in Sicilia.

Fu Caterina, figlia di Filippo II di Spagna, che sposò nel 1585 Carlo Emanuele I, duca di Savoia, a diffondere il Cioccolato con l’arrivo a Firenze alla corte di Cosimo III de Medici. Nel 1606 il cioccolato veniva prodotto in Italia nelle città di FirenzeVenezia e Torino. Nel 1650 il cioccolato viene commercializzato anche in Inghilterra: a Oxford si inizia a servire il cioccolato negli stessi locali in cui si serviva il caffè. Nel XVII secolo divenne un lusso diffuso tra i nobili d’Europa e gli olandesi, abili navigatori, ne strapparono agli spagnoli il controllo mondiale e il predominio commerciale.

Fino a tutto il XVIII secolo il cioccolato viene considerato la panacea di tutti i mali, e gli si attribuiscono virtù miracolose.

Il Brasile, il Venezuela, la Martinica e le Filippineaumentano in modo spropositato la coltivazione di cacao; contemporaneamente molte città europee si pregiano della fama per la lavorazione del cioccolato; un esempio fra tutti è Torino. Alla fine del XVIII secolo il primo cioccolatino da salotto, come lo conosciamo noi, fu inventato a Torino da  Doret. Nel 1820 fu prodotta la prima tavoletta di cioccolata di tipo commerciale in Inghilterra. Nel 1826, sempre a TorinoPierre Paul Caffarel cominciò la produzione di cioccolato in grandi quantità grazie a una nuova macchina capace di produrre oltre 300 kg di cioccolato al giorno. Nel 1828 l’olandese Conrad J. van Houten brevettò un metodo per estrarre il grasso dai semi di cacao trasformandoli in cacao in polvere e burro di cacao.

 

Sviluppò inoltre il cosiddetto processo olandese, che consiste nel trattare il cacao con alcali per rimuoverne il gusto amaro. Questi trattamenti resero possibile il produrre il cioccolato in barrette. Il primo cioccolato in forma solida in scala più estesa rispetto a quello di Doret sembra essere stato prodotto nel 1847 da Joseph Fry. Nel 1852 a Torino Michele Prochet comincia a miscelare cacao con nocciole tritate e tostate creando la pasta Gianduia che verrà poi prodotta sotto forma di gianduiotti incartati individualmente.

Daniel Peter, un fabbricante di candele svizzero, si unì al suocero (François-Louis Cailler, inventore della tavoletta di cioccolato) nella produzione del cioccolato. Nel 1867 cominciarono a includere il lattetra gli ingredienti e presentarono sul mercato il cioccolato al latte nel 1875. Per rimuovere l’acqua contenuta nel latte, consentendone una più lunga conservazione, fu assistito da un vicino, un fabbricante di alimenti per l’infanzia di nome Henri Nestlé.

Nel 1879 Rudolph Lindt infine inventò il processo chiamato concaggio (conching), che consiste nel mantenere a lungo rimescolato il cioccolato fuso per assicurarsi che la miscelazione sia omogenea. Il cioccolato prodotto con questo metodo è il cosiddetto “cioccolato fondente”. Ora è proprio arrivato il momento di un pezzo di cioccolato, che ne dite? Ho un’idea, vi posto la ricetta dei plum cake al cioccolato.

Viole e cioccolato

Le viole e il cioccolato, potrebbero essere elementi discordanti, in realtà no. Spesso nelle mie ricette troverete l’uso di fiori, perché non ce ne accorgiamo, ma mangiamo e “beviamo” tanti fiori e il loro uso in cucina è gradevole alla vista quanto alla salute. Infatti la violetta ha proprietà antisettiche e antidolorifiche e aiuta a curare il raffreddore, utile nel cambio di stagione, ma questi rimedi sono spesso legati all’olio essenziale con cui fare suffumigi. Il cioccolato, invece ? Ancora meglio. È un antistress e un antidepressivo naturale, contiene tanto fosforo, potassio, calcio, sodio, ferro e magnesio, integratore energetico e potente antiossidante. Ho pensato di farvi provare una dolce e classica ricetta, ottima per la colazione primaverile, ma anche come dopocena e perché no, accompagnando tutto da un tè alla lavanda e violetta.

Muffin alla violetta e cioccolato

In questa ricetta ho usato il lievito Paneangeli e la cioccolata Extrafondente Emilia Zàini. Per me migliori.

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina American, Italian
Preparazione 15 minuti
Cottura 25 minuti
Tempo totale 40 minuti
Porzioni 17 Porzioni
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 180 Gr Burro Temperatura ambiente
  • 200 Gr Zucchero Aromatizzato alla violetta
  • 2 n. Uova Grandi a temperatura ambiente
  • 400 Gr. Farina 00
  • 16 gr Lievito Per dolci
  • 1 Cucchiaino Bicarbonato
  • 250 Gr Latte Fresco intero
  • 1 Pizzico Sale
  • 200 Gr Cioccolato Extrafondente

Istruzioni

  1. In un contenitore versare il latte e le uova  a  temperatura ambiente e il burro fuso tiepido. Lavorare con una frusta. In un'altra ciotola setacciare la farina, il bicarbonato e il lievito e aggiungere un pizzico di sale e lo zucchero alla violetta. Unire i due composti poco alla volta mentre si lavora con le fruste, così si evitano i grumi. Posizionare i pirottini da 6.5 cm di diametro su una teglia e con un dosa gelato versarvi l'impasto,  oppure usare un sac-à-poche,  in entrambi i casi non superare la metà del pirottino.

  2. Senza premere mettere al centro 10 gr di cioccolato extrafondente.  
  3. Ricoprire la cioccolata con un cucchiaino di impasto.

  4. Infornare a forno statico preriscaldato a 190 gradi per 25 minuti. Fino a doratura, se volete potete decorarli con la cioccolata, oppure lasciarli bianchi o spolverizzarli con lo zucchero a velo.

  5. Perlo zucchero alla violetta vi serviranno 200 gr. di zucchero e 50 gr.di violetta. Mixare tutto tritando, porre il composto su un canovaccio in un vassoio e farlo asciugare. Usarlo o porlo in un vasetto ermetico.

Fonti:
Letenneur L, Proust-Lima C, Le Gouge A, Dartigues J, Barberger-Gateau P; Am J Epidemiol. 2007 Jun 15;165(12):1364-71
Almoosawi S, Fyfe L, Ho C, Al-Dujaili E.; Br J Nutr. 2009 Oct 13:1-9.
Yokoi K, Konomi A, Otagi M.; Br J Nutr. 2009 Jul;102(2):215-20.
NFI – Centro studi dell’alimentazione – Nutrition Foundation of Italy 
INRAN – Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione