I grissini

 

Grissini

Piatto Appetizer, Breakfast, Dessert, Snack
Cucina Italian
Preparazione 30 minuti
Cottura 12 minuti
Tempo totale 22 minuti
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 800 Ml Acqua Tiepida
  • 30 Gr Sale
  • 200 Ml Olio Extravergine d'oliva
  • 4 Cucchiaini Miele
  • 1,400 Gr Farina
  • 237 Gr Farina Semola di Grano duro
  • 237 Gr Farina Grano saraceno
  • 50 Gr Lievito di birra Fresco
  • Qu.b. Semola
  • Questo.b. Semi di lino Facoltativo

Istruzioni

  1. Sciogliere il lievito nell'acqua,  aggiungere l'olio, il miele e metà farina.

  2. Impastare fino a ottenere una pasta cremosa, aggiungere il sale e il resto della farina e i semi di lino se volete.

  3. Impastare per 20 minuti, fino ad ottenere un impasto senza grumi.

  4. Dare una forma ovale e coprire. Lasciare riposare la pasta per 15-20 minuti.

  5. Ripiegare la pasta su se stessa e darle forza. Spennellate la pasta in superficie con l'olio e lasciate riposare per 60-70 minuti.

  6. Preparate un piatto con il semolino. Tagliate la pasta con un tarocco o un coltello in piccoli filoncini. Mettete i filoncini nella farina e con due mani iniziate a tirare delicatamente partendo dal centro verso le estremità.  Infornare a 230 ° C per 10-12 minuti.

Sull’origine dei grissini esistono due storie.

La prima, più storica, li farebbe nascere intorno alla seconda metà del ‘300, quando il pane non si vendeva a peso ma ad ogni unità corrispondeva un soldo; a causa dell’inflazione che colpì il Piemonte, la “grissia” (forma di pane) divenne man mano sempre più leggera e sottile, fino a trasformarsi nel “gherssin” (piccola grissia).
La seconda versione, più leggendaria, sarebbe legata a Vittorio Amedeo II; a soli nove anni, morto il padre, Vittorio Amedeo divenne duca di Savoia sotto la reggenza della madre. La sua salute debole non dava segni di miglioramento, perciò la duchessa si rivolse al medico di Corte, che a sua volta parlò delle nobili ansietà al panettiere. Dopo attente valutazioni, la medicina studiata per il giovane duca fu identificata in una dieta, da realizzarsi con pane friabile e ben digeribile. Il panettiere ducale, il cui nome, tramandato ai posteri era Antonio Brunero, inventò così la ricetta originale del grissino (forse già noto in altre zone del Piemonte).
Indipendentemente dalla sua origine, il grissino ha sempre goduto di molto successo anche presso i nobili. Ne era ghiotto re Carlo Felice che lo mangiava nel suo palco a teatro; presso le Corti europee il “les petits baton de Turin” veniva degustato con curiosità; nella Francia di Luigi XIV si tentò di imitarlo, facendo arrivare a Parigi due artigiani torinesi, ma l’acqua e l’aria della Senna non erano buone come quelle del Po e i risultati furono modesti; Napoleone inviava regolarmente dei corrieri imperiali a Torino per rifornirsi del “gherssin”, perché sembra fosse di sollievo alla sua ulcera.

Oggi vi proporrò la mia versione. Buon appetito.

Grissini

Questa ricetta è facile e veloce e si mantiene per giorni in luogo fresco e asciutto.

Piatto Appetizer, Breakfast, Drinks, Main Course, Salad, Snack
Cucina Italian
Preparazione 10 minuti
Cottura 12 minuti
Tempo totale 22 minuti
Chef Francesca Tartaglia

I pani di Pasqua.

La tradizione vuole che a Pasqua la casa profumi di pane. A forma di grande focaccia al rosmarino o come rustica ciambella con me uova sode, o ancora i pani dolci, dalla treccia con le mandorle alla schiacciata con le uvette, per aggiungere antichi e stupendi sapori a un giorno di festa. Oggi andremo a preparare i cestini di Pasqua, dolci da mangiare con la cioccolata  o col salame.

Cestini di Pasqua

Una bella idea per far divertire grandi e piccini.

Piatto Breakfast, Dessert, Side Dish
Cucina Italian
Keyword pane, pasqua, uova, cestini pasquali
Preparazione 1 ora 45 minuti
Cottura 25 minuti
Tempo totale 2 ore 10 minuti
Porzioni 4 Cestini
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 12 N. Uova Bianche
  • 1 Kg Farina 00
  • 200 Ml Latte caldo
  • 1 Cubetto lievito di birra
  • 300 Gr Zucchero
  • 200 Gr Burro

Istruzioni

  1. Fate 8 uova sode e mettetele da parte. Io ho scelto le bianche, perché sono più belle a mio avviso .

  2. In una ciotola versate metà farina, aggiungete le 4 uova fresche, lo zucchero,  il burro a pezzetti  a temperatura ambiente  e il lievito sciolto nel latte. Impastate tutto fino a ottenere una crema,  aggiungete una presa di sale fino, aggiungete la farina restante.  

  3. Stendete la pasta di un cm abbondante. Sagomate dei dischi e divideteli a metà.

  4. Mettete le uova sulla pasta. 

  5. Fare il manico al cestino intrecciando strisce di pasta.

  6. Proseguiamo con le strisce e facciamo il manico.

  7. Continuiamo ingabbiando l'uovo o le uova sode.

  8. Spennellate con latte tiepido e lasciate lievitare in teglia per 3 ore almeno.

  9. Infornate a 180 gradi per 25 / 30 minuti. 

  10. Io per far divertire il mio bimbo ho fatto anche la forma del coniglio. 

  11. Ovviamente potete anche servirlo come antipasto.

L’ Ossobuco alla milanese con risotto.

 

Il geografo francese Jean Brunhes sosteneva che mangiare equivale a incorporare un territorio. Il grande segreto della cucina italiana – che prima di tutto è regionale – è che incorpora molto più del suo territorio: basti pensare agli spaghetti con il pomodoro, piatto simbolo della nostra gastronomia, che ha ingredienti che arrivano dall’America (il pomodoro) e dalla Cina (gli spaghetti).
Milano e il suo territorio vantano una cucina tipica di straordinaria raffinatezza, che fonda sue radici già prima che Mediolanum diventasse la florida capitale dell’Impero Romano, ovvero già ai tempi dei Celti Insubri che la fondarono e dei Galli poi. Cisalpini che fecero assaggiare per la prima volta il burro a Giulio Cesare, in un piatto ancora oggi tipico della cucina meneghina: le uova in cereghin (tegamino) con gli asparagi.
La Lombardia e Milano sono state terre di conquista di eserciti e di popoli che hanno lasciato tracce di cultura, di arte ed anche di cibo. Tracce di Spagna, Austria, Francia, per non parlare degli antichi Romani e del collegamento che avevano con la Lucania, terra da cui proveniva la salsiccia il cui nome, ancora oggi, nella forma dialettale milanese è “lüganega”, molto usata soprattutto nei risotti.
In quanto a immigrazione di ingredienti, la Pianura Padana non fa eccezione. I capisaldi della cucina meneghina, infatti, sono frutto delle contaminazioni più disparate: dalla famosa cotoletta, che ha origini viennesi, così come austriaca è la michetta, il cui nome deriva dal pane «kaisersemmel» detto «micca», fino ai «mondeghili», le famose polpettine fatte con la carne avanzata, che hanno invece una chiara origine iberica, ma che gli Spagnoli, a loro volta, importarono dall’Islam.
Quella della Lombardia è, dunque, una cucina variegata e caratterizzata da cibi molto legati alla sua situazione geografica, alle diverse vicende storiche e alle tradizioni dei paesi confinanti; e si basa sulla grande ricchezza di prodotti agricoli della sua terra e sul benessere economico, che in questa regione è sempre stato una caratteristica per molta parte della popolazione.

Non c’è dubbio che l’Ossobuco sia di origini lombarde. Nessuno, però, può affermare a quando risale la sua nascita. Alcuni storici sostengono che risalga addirittura al Medioevo, dal momento che l’uso degli ossi con midollo e degli stinchi di vitello era assai diffuso nella cucina trecentesca. In realtà, del piatto milanese più famoso non ci sono molte tracce, se non in qualche libro del XIX secolo.
Viene citato da Giuseppe Sorbiatti, cuoco molto prestigioso al servizio di varie famiglie nobiliari milanesi, ne “Il memoriale della cuoca” del 1879, libro diretto più che altro alle donne di casa, le “regiure” (coloro che reggevano la famiglia), come piatto “molto in uso nel milanese per colazione”; mentre in seguito l’ossobuco compare dopo il 1891 nel libro di Pellegrino Artusi ”La Scienza in Cucina e l’Arte del mangiare bene”, libro in cui lo scrittore include, nella sua raccolta di ricette di cucina nazionale, solo quelle più famose, note e radicate da lungo tempo.
Oss büs, che significa osso bucato, era il vero piatto domenicale delle famiglie borghesi.
Ha una serie di qualità che lo rendono speciale: è uno dei pochi piatti unici della cucina italiana, visto che la tradizione lo vuole servito col risotto alla milanese; ed è uno dei primi che mescola, con la gremolada, sapori molto distanti: acciuga e scorza di limone.
La denominazione del piatto, ricavato da fette di “geretto” (garretto o stinco) di vitello, sottolinea l’importanza dell’osso e ancor più del buco, per la riuscita della preparazione.
Il midollo osseo contenuto nel buco, insieme al tessuto connettivo di cui è ricco questo taglio, contribuisce a creare la caratteristica cremosità e secondo i racconti della tradizione milanese, quello che restava del midollo si estraeva dall’osso con un apposito cucchiaino appuntito, chiamato ironicamente esattore (sottintendendo quello delle tasse).

Gli ossibuchi migliori sono quelli tagliati alla metà del muscolo posteriore, dove l’osso ha una ricca dotazione di midollo e dove è proporzionato il rapporto tra carne e tessuto connettivo; quelli posteriori sono fondamentali anche per il risultato finale, in quanto la carne è più tenera e meno nervosa rispetto a quelli anteriori.
Il vitello però, per essere tenero, non deve superare il peso di 300 kg e deve aver ricevuto un’alimentazione solo a base di latte.
La cottura viene fatta in un intingolo ristretto, a bassa temperatura, con l’aggiunta di liquidi poco per volta; con questo procedimento può rimanere sul fuoco a lungo, senza perdere in sapore.
Imprescindibile è anche la “gremolada” (dal milanese arcaico gremolà = tritare, sminuzzare) o gremolata, che deve completare il piatto: una salsa composta da buccia di limone, aglio, prezzemolo e a volte acciuga, tritati finemente, conferendo all’ossobuco un tocco decisamente inconsueto.

Il Comune di Milano, con delibera della Giunta Comunale del 14-12-2007, ha concesso il riconoscimento di Denominazione Comunale (De.Co.) all’Ossobuco alla Milanese.

La De.Co., ideata in origine da Gino Veronelli, non essendo un marchio, ma un riconoscimento dato dall’Amministrazione Comunale a prodotti gastronomici legati al territorio ed alla sua collettività, non si pone sullo stesso piano delle denominazioni d’origine. È un primo segno di appartenenza che la popolazione di un territorio vuole far conoscere all’esterno e riconoscere nel contempo come suo. Milano ne conta ben dieci.
Nel frattempo sono nate Confraternite per celebrare, tutelare, insegnare e promuovere la cucina milanese in generale, a partire dal suo piatto principe, l’Ossobuco, che ne è un po’ un compendio e l’esempio della capacità della cultura gastronomica milanese di rinnovarsi ed affermarsi. Parecchi ristoratori lombardi hanno aderito ad un severo statuto di tredici comandamenti che sancisce, ad esempio, l’obbligo di attenersi rigorosamente alla ricetta scritta dai Saggi, con annesse pochissime varianti.
Divenuto piatto di culto, l’Ossbüs, oltre che essere servito da solo, può essere accompagnato da polenta, purè di patate o spinaci al burro; ma il classico, tradizionale, perfetto accompagnamento è il risotto alla milanese, elemento unificante della cucina lombarda.

Ossobuco alla milanese

Piatto Main Course, Side Dish
Cucina Italian
Preparazione 10 minuti
Cottura 1 ora 30 minuti
Tempo totale 1 ora 40 minuti
Porzioni 4
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

Brodo

  • 800 Gr Ali di pollo
  • 1 Foglia di alloro
  • 8 Grani pepe nero
  • 15 Gr Sale
  • 15 Gr Gambi prezzemolo
  • 60 Gr Carote
  • 25 Gr Sedano Verde
  • 30 Gr Cipolla Dorata
  • 6 Litri Acqua

Ossibuchi

  • 4 Ossibuchi da 400 gr l'uno
  • 30 Gr Burro
  • 5 Gr Rosmarino Fresco
  • 100 Gr Cipolla Dorata
  • 8 Gr. Farina di grano saraceno
  • 50 Ml Vino e 2 litri di brodo Bianco
  • 80 Gr Olio d'oliva Extravergine

Gramolata

  • 2 Spicchi aglio
  • 10 Gr Prezzemolo
  • 1 Limone Scorza grattugiata
  • 20 Gr. Olio d'oliva Extravergine

Risotto allo zafferano

  • 150 Ml Acqua
  • 1 Litro Brodo
  • 50 Gr Cipolla
  • 25 Gr Burro
  • 320 Gr Riso Carnaroli
  • 50 Ml Vino bianco
  • 40 Gr. Burro
  • 45 Gr Grana padano
  • 0,5 Gr Zafferano in pistilli In 50 ml di acqua da 5 ore prima

Istruzioni

Il brodo

  1. Bruciare le piume del pollo, metterle nella pentola  e coprirle con acqua e portare a ebollizione.  Sciacquare le ali e la pentola, buttate l'acqua. Mettete 6 litri di acqua e le verdure e la carne nella pentola,  poi il sale e far cuocere per 45 minuti. Filtrate il brodo. Dovremmo ottenere 3 litri, di cui 2 litri per l'ossobuco e 1 litro per il risotto. 

Ossibuchi

  1. Soffriggete la cipolla dorata tagliata grossolanamente,  aggiungete il vino bianco e toglietela dal fuoco fino a caramellizzarla. Rosolate gli ossibuchi dopo aver fatto 3 taglietti ai bordi. Lasciarli 2 minuti nella loro posizione e poi girarli e farli cuocere altri 2 minuti e metterli all'interno del soffritto. 

  2. Mettere sul fuoco e aggiungere 1 litro di brodo, il rosmarino all'interno del brodo e mai sulla carne, coprire e lasciare cuocere per 35 minuti a fuoco moderato. 

  3. Nel frattempo tostiamo la farina in una pentola antiaderente molto calda e aggiungerla al liquido e non sulla carne. 

  4. Girare DELICATAMENTE gli ossibuchi dopo i 35 minuti di cottura e aggiungere l'altra metà del brodo. Coprite e lasciate cuocere a fuoco moderato per 35 minuti. L'ossobuco sarà cotto quando la carne si sarà staccata dall'osso, il midollo compatto e la carne morbida. Togliere la cipolla dalla carne. Filtrare la salsa e mettere la salsa in pentola.  Aggiungere il burro.  Rimettere gli ossibuchi in padella con la salsa. Nel frattempo preparate la Gremolata e aggiungerla in superficie. 

Gremolata

  1. Sbollentate l'aglio 5 volte cambiando l'acqua ogni 15 secondi di bollitura. Tagliare a fettine l'aglio. Prendere una padella con l'olio e portarlo a 160 gradi, mettere l'aglio e fare delle chips. Tritate prezzemolo e limone .

Risotto allo zafferano

  1. Tagliate la cipolla e metterla insieme ai 25 gr di burro e 150 ml di acqua in un pentolino,  mettete sul fuoco per 15 minuti e frullate. Tostare il riso in una padella calda, aggiungete il vino bianco  e farlo evaporare,  aggiungete il brodo,  metà,  e per i primi 5 minuti NON TOCCARE, dopo i 5 minuti aggiungete la cipolla frullata,  far sobbollire e aggiungere il brodo entro i 13 minuti,  a 2 minuti dal completamento della cottura aggiungete lo zafferano.  Mantecate con burro e grana e impiattate. 

 

Un perfetto secondo piatto ma anche un accompagnamento indissolubile al tanto noto risotto allo zafferano: l’ossobuco è una taglio trasversale dello stinco di vitello da latte solitamente cotto in umido. Noto come “òs büs” nel dialetto milanese, nel dicembre 2007, ha ottenuto la Denominazione Comunale (De.Co) del Comune di Milano. Nonostante necessiti di una cottura lenta, non è un piatto complesso da realizzare. Quello che lo rende davvero speciale è la sua tenerezza dovuta sia al taglio sia al suo metodo di cottura. Da tradizione la ricetta originale lo vuole “bianco” anche perchè il pomodoro è stato importato solo in un secondo momento in Europa.

l’ossobuco si conferma una fonte essenziale di proteine e di lipidi; è ricco di ferro e potassio e contiene una gran quantità di vitamina PP. Ogni 100 g si contano circa 175 kcal, tuttavia questo non deve ingannarci: una porzione di ossobuco di solito pesa circa 350 g.

La Tarte Tatin.

 

La Tarte Tatin è un famosissimo dolce francese nato da un semplice errore. La tradizione racconta infatti come tutto avvenne a fine Ottocento nel ristorante dell’Hôtel du Pin d’Or gestito dalle sorelle Stephanie e Caroline Tatin a Lamotte-Beuvron, in Francia. Ci sono due versioni della storia.

A questo riguardo, ci sono due diversi miti per quest’invenzione culinaria .

  • Questa storia della ‘tarte Tatin’ è molto

    Tarte Tatin

    Piatto Breakfast, Dessert, Snack
    Cucina French
    Keyword torta, mele, zuchero, frolla, brise, dolce, colazione fancese, dopo cena
    Preparazione 15 minuti
    Cottura 15 minuti
    Tempo totale 30 minuti
    Porzioni 8

    Ingredienti

    Frolla

    • 200 Gr. Burro
    • 200 Gr. Zucchero Semolato
    • 75 Gr. Uova Intere
    • 3 Gr. Sale
    • 1 N. Stecca vaniglia
    • 8 Gr. Lievito Per dolci in polvere
    • 400 Gr. Farina Debole 00

    Per la teglia di mele

    • 5 N. Mele Renette
    • 150 Gr. Zucchero Semolato
    • 50 Gr Burro
    • Qu.b. Scorza di limone
    • 250 Gr. Frolla

    Per la salsa

    • 100 Ml Latte Intero
    • 100 Ml Panna Fresca
    • 2 Tuorli
    • 1 Bacca di vaniglia
    • 35 Gr Zucchero

    Istruzioni

    1. Iniziamo con la frolla. Lavoriamo il burro con zucchero e vaniglia, poi uniamo le uova, la farina,  il lievito e il sale impastare e far riposare 30 minuti.

    2. Intanto sbucciate e detorsolate le mele, quindi tagliatele in quattro. 

    3. Imburrate una tortiera da 20 cm, mettete dei ciuffi di burro e spolverare con metà dello zucchero, ovvero 75 gr., Disponete la metà delle mele con la parte concava verso l'alto. Spolverizzate con lo zucchero rimanente,  gli altri 75 gr. Mettere nella tortiera le altre mele con la parte concava verso il basso.

    4. Infornare a 230 gradi per 15 minuti. Stendere la frolla con il matterello allo spessore di 2 mm e 2-3 cm di diametro più grande rispetto allo stampo. 

    5. Quando le mele sono pronte,  sfornarle  e cospargerle con la scorza di limone grattugiata. 

    6. Adagiate il disco di frolla sopra le mele e rimboccare i bordi verso il basso.  Cuocete la Tatin in forno a 180 gradi per 25-30 minuti, finché la pasta non risulterà  dorata. Una volta pronta, sfornare la torta, farla raffreddare per 5 minuti esatti e rovesciarlo direttamente sul piatto da portata. 

    7. Per la salsa scaldate la panna con il latte e la vaniglia.  Mescolare a parte le uova con lo zucchero e unirle poi al composto di latte e panna. Mescolare fino a ottenere una salsa omogenea. 

    simpatica. Trova origine alla fine del XIX secolo, in un ristorante al centro della Francia, in Sologne e, più precisamente, a Lamotte-Beuvron nella regione di Loir et Cher. Due sorelle – Caroline e Stéphanie Tatin – inventarono, un po’ per caso, la celebre torta: una torta che non si è rovesciata per terra, come molti pretendono, ma si è bruciata! Una delle due sorelle non volendo buttare via le mele che, nel frattempo, si erano caramellate, mise della pasta frolla sopra lo stampo per non farle bruciare ulteriormente e rimise tutto al forno. Fu un così gran successo che tutti ne vollero una fettina. Così la voce si sparse e sempre più persone affluirono al loro albergo.

L’altra versione è:

Una domenica mattina Stephanie, preparando una torta di mele in grande fretta, dopo aver imburrato e cosparso di zucchero la tortiera, dimenticò di mettere lo strato di pasta brisé e dispose direttamente le mele, che durante la cottura si caramellarono con lo zucchero e il burro. Quando si rese conto dell’errore, aggiunse la pasta sopra alle mele e, a fine cottura, ottenne un dolce al contrario che quindi capovolse in un piatto.
I clienti che l’assaggiarono ne furono subito soddisfatti e quindi le due sorelle iniziarono a produrla regolarmente. Per questo prese il loro nome ed iniziò a chiamarsi Tarte Tatin.

la leggenda dice anche che la torta ‘rovesciata’ alle mele o alle pere è un’antica specialità della Sologne e viene servita in tutta la regione di Orléans, e fu resa celebre dalle due sorelle Tatin che avevano un albergo-ristorante molto frequentato, perché davanti alla stazione, e il piatto forte era proprio questa torta servita caramellata e morbida. Caroline, la più anziana, riceveva i clienti e Stéphanie si adoperava in cucina per offrire specialità del posto tra cui, appunto, la torta.

diffusa a Parigi e presso i migliori ristoranti dal celebre critico gastronomico Maurice-Edmond Sailland, detto Curnonsky, con il nome di “Tarte des demoiselles Tatin”. Il critico, famoso ambasciatore della cucina provinciale, autore o coautore di svariati libri consacrati alla cucina regionale e ai migliori ristoranti francesi, diede nel 1926, nel capitolo riservato alla regione di Orléans, la ricetta della famosa torta. Si dice che Curnosky durante una conferenza stampa, in cui uno dei pasticcieri realizzò proprio la Tarte Tatin, abbia inventato l’aneddoto della torta bruciata e poi salvata, conquistando così l’animo dei giornalisti che fecero della Tatin una star culinaria, valida ancor tutt’oggi!

A Parigi, fu servita la prima volta al ristorante Maxim’s. Oggi un classico delle tavole francesi, viene servita tiepida con della panna montata o con del gelato alla vaniglia. Fu fondata nel 1979 la “Confrérie des Lichonneux de Tarte Tatin de Lamotte-Beuvron” con lo scopo di far rispettare la ricetta originale, di combattere errori e abusi della cucina e criticare gli eretici della Tarte Tatin, che va servita senza niente!

Il miglior difensore per la conservazione di tale mitica ricetta è lo chef Marcel Fraudet e questa è la sua ricetta, che riporto in francese:

Pour faire une jolie tarte Tatin pour 6 personnes :
400 gr de pâte brisée (en vente maintenant partout) ou faite par vos soins
1,7 kg de pommes (Braeburn, Royal Gala, reine de reinettes)
150 gr de sucre semoule
100 gr de beurre

Progression:
1) Allumez votre four a 230°(thermostat 7-8)
2) Épluchez vos pommes, les ouvrir en 2 et à l’aide d’une cuillère retirez les pépins puis coupez chaque 1/2 pomme en 3 “quartiers”.
3) Dans un moule rond en téflon ou en fonte émaillée d’une vingtaine de cm de diamètre et 10 cm de hauteur (moule à manqué) sur le feu mettez a fondre vos 100gr de beurre avec le 150gr de sucre puis sortez du feu et disposez en hauteur en les calant vos quartiers de pommes sur 2 épaisseurs en faisant des cercles du bord au centre en les serrant bien.
5)Puis mettez au four pour 25minutes.
6) Abaissez votre pâte pour en faire un disque un peu plus grand que le diamètre du moule puis piquez-la avec une fourchette.
7) Mettez votre moule sur le feu c’est la période évaporation car c’est le jus des pommes avec le beurre et le sucre qui doit faire le caramel (vous commencerez à sentir déjà une bonne odeur).
8)Retirez votre tarte du feu et laissez la refroidir 10minutes puis posez le disque de pâte préparé sur vos pommes et à l’aide du rouleau passez dessus ce qui permettra de découper la pâte débordant sur le bords du moule.
9) Mettez au four 20 minutes à 200°(th7).
10) Retirez du four, laissez reposer 10 minutes puis passez un petit couteau tout autour de votre plat afin de décoller les bords de votre tarte Tatin.
Vous n’avez plus qu’a la réinstaller une minute sur le feu puis la démouler a l’envers sur votre plat de présentation
la pâte sera donc bien en dessous, et si vous avez réussi cette tarte, les pommes seront dessus bien caramélisées.
A servir tiède avec un grand bol de crème fermière double au milieu de la table…

La ricotta.

 

Ingredienti

Pasta frolla al cacao

  • 75 Gr Cacao in polvere amaro
  • 450 Gr Farina
  • 125 Gr Zucchero A velo
  • 250 Gr Burro
  • 3 Tuorli
  • Qu.b. Buccia grattugiata di limone e arancia

Ganache di copertura al cioccolato extrafondente

  • 300 Gr Panna fresca
  • 300 Gr Cioccolato extrafondente

Crema di ricotta per il ripieno

  • 1kg Ricotta
  • 4 Uova+ gli albumi precedenti
  • Qu.b. Vaniglia
  • 200 Gr Zucchero
  • 200 Gr Panna fresca

Istruzioni

  1. Impastare prima la frolla. Unire prima lo zucchero, le uova e il burro a pezzetti e man mano aggiungere il cacao, la farina e le bucce grattugiate. Ottenere un impasto omogeneo. Ricoprite con pellicola trasparente e far riposare l'impasto in frigo per un'ora.

  2. Fare sobbollire la panna in un pentolino, spegnere e aggiungere la cioccolata in pezzi. Mescolare bene fino a ottenere una crema, mettere il coperchio e lasciar raffreddare.

  3. Per la crema di ricotta: Unire tutti gli ingredienti in un tegame e a fuoco basso dare un bollore e far addensare un po'. La ricotta deve essere ben scolata senza siero. Rivestire la tortiera con carta forno, stendere la pasta frolla e foderare la tortiera. Versare la crema di ricotta all'interno e infornare a 180 gradi per 25 minuti. Il forno deve essere già caldo. La crostata sarà pronta quando vedrete la ricotta che si fa un po' dorata. Una volta sfornata, lasciatela raffreddare un po' e poi versateci la ganache al cioccolato. Lasciate raffreddare bene e poi mettetela in frigo. Solidificandosi sarà ottima e il taglio perfetto.

La grotta di Polifemo, il primo caseificio da ricotta.

Ebbene sì, la ricotta è una leccornia così conosciuta dagli antichi da essere citata perfino nell’Odissea – per la precisione, nel nono libro. Lavorata e stagionata nella grotta del ciclope doveva essere sicuramente buonissima, tanto da tentare Ulisse e i suoi compagni con le conseguenze che ben sappiamo.

San Francesco d’Assisi, riscopritore della ricotta

Tanto la amavano gli antichi quanto fu dimenticata nel Medioevo. Non sappiamo perché questo sia successo, ma la tradizione cristiana vuole che sia stato il poverello di Assisi ad insegnare nuovamente ai pastori del Lazio a produrre questo formaggio dimenticato, che infatti ora è una specialità del luogo.

Vera o falsa che sia la storia, la ricotta – un formaggio povero, fatto con la parte più umile del latte – trovò così un perfetto promoter. La ricotta infatti è semplice, umile, ma perfettamente bianca e celestiale. Proprio come l’immagine del Santo.

La ricotta pasoliniana

Concludiamo la nostra piccola storia della letteratura della ricotta con un artista contemporaneo. Pasoli andò oltre Omero e la leccornia cremosa divenne addirittura il titolo di una sua opera – La Ricotta, appunto.

Un’opera triste in realtà, in cui il semplice formaggio diventa il pranzo del protagonista, un semplice popolano ignorato e disprezzato dal mondo borghese che lo circonda.

Oggi vi insegnerò una crosta al cioccolato con un ripieno di ricotta, questa è la mia torta preferita, ottima per i bambini.

Crostata ricotta e cioccolato.

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina Italian
Preparazione 30 minuti
Cottura 25 minuti
Tempo totale 55 minuti
Porzioni 8
Chef Francesca Tartaglia

Evento La vie in rose.

https://gnammo.com/events/24738/la-vie-in-rose

LA VIE IN ROSE.

Cena con aperitivo in terrazza panoramica.

Vi farò conoscere i nuovi sapori e profumi del colore rosa.
La cena sarà tutta a tema rosa e pubblicherò le ricette dei piatti sul mio food blog: www.ilcucchiaiodargento.com

Le materie prime sono tutte a km zero, biologiche, uso farine di grano antiche, farine integrali, di farro e di primissima qualità e naturalmente tutto fatto in casa in maniera artigianale.

La cena celebra la primavera e l’inizio dell’estate in un paesaggio marino.

Allo sguardo attento della Maga Circe, come l’aurora, prima a del giorno ma dopo la notte.

MENU

Disponibile anche On DemandAperitivo in terrazza panoramica con voulavant a base di tonno e capperi e Pinot noir rosé.
Antipasto di bocconcini di pane a base di mousse di barbabietola e petali di rosa.
Primo di pasta fresca fatta in casa, strascinati con datterini, rucola e gamberi.
Secondo a base di branzino al pepe rosa.
Insalata di radicchio.
Grissini stirati ai semi di papavero.
Gelato Ruby Chocolate con biscotti delle fate.
Caffè, acqua e degustazione di Whiskey e Brandy da collezione.

La focaccia.

La parola focaccia deriva dal tardo latino “focus” che richiama la cottura nel focolare. Focaccia in latino veniva chiamata “focacia”, femminile di “focacius”. Spesso, erroneamente, con la parola focaccia ci si riferisce a tutte le sue possibili varianti. Tuttavia, questo termine indica principalmente la focaccia classica genovese. Infatti anche all’estero, quando si parla di focaccia, viene subito alla mente quella classica.

Le origini della focaccia sono molto antiche; già fenici, cartaginesi e greci utilizzando farine di orzo, di segale e di miglio ne cuocevano al fuoco ; e dal latino focus deriva l’etimologia di focaccia.

Nell’antica Roma le focacce venivano offerte agli dei ed in epoca rinascimentale consumate insieme al vino nei banchetti di nozze. Come il pane, ma più ricca per via dei grassi, olio o strutto, utilizzato per l’impasto o per il condimento, in Italia è da sempre particolarmente diffusa.

Cibo di viaggiatori e pescatori la focaccia pare debba la sua nascita anche ai lunghi tempi d’attesa che i fornai dovevano affrontare durante le notti di lavoro, ore ingannate infornando direttamente sulla base del forno pezzi di pasta non lievitata, che una volta cotti venivano mangiati in compagnia magari farcite di ortaggi, salumi o formaggi.

Oggi parlare di focaccia significa correre con il pensiero e la gola verso la regione italiana creatrice di vere leggende: la Liguria che con le sue innumerevoli tipologie di focacce si è affermata nel panorama gastronomico mondiale.
A Genova già nel ‘500 il consumo della semplice focaccia all’olio era familiare e diffuso anche in chiesa, soprattutto nel corso dei matrimoni. Addirittura un vescovo dell’epoca, preoccupato per il radicarsi dell’abitudine, ne arrivò a proibire il consumo durante le funzioni funebri.
Diverse le versioni delle focacce in liguria, queste le più tradizionali:
– Classica di Genova che deve avere lo spessore fra uno e due centimetri, lucida d’olio con crosta mai pallida e chiara, e la superficie caratterizzata dalla presenza di buchi;
– Focaccia di Recco, la cui nascita sembrerebbe attestarsi nel XII sec. secondo un documento che cita una preparazione offerta ai crociati in partenza verso la Terrasanta, fatta con una sfoglia sottilissima ripiena di formaggio fresco;
– Focaccia di Voltri, pur derivando dagli stessi ingredienti dalla focaccia classica ne differisce per la consistenza dell’impasto e per la tecnica di cottura.

Fugassa è il termine in dialetto genovese che si riferisce alla focaccia. Secondo Fiorenzo Toso, linguista moderno e autore del “Piccolo dizionario ligure”, la parola appare per la prima volta in un documento scritto nel 1300.

Oggi vi proporrò la classica da condire con cipolle, pomodoro e mozzarella e origano…o quello che volete.

La focaccia.

Questa ricetta è ottima per tutte le stagioni..e per tutti i momenti della giornata. 

Piatto Appetizer, Breakfast, Snack
Cucina Italian, Mediterranean
Keyword focaccia con la cipolla, focaccia genovese, focaccia pomodoro e origano, focaccia bianca,focaccia classica
Preparazione 15 minuti
Cottura 20 minuti
Tempo totale 35 minuti
Porzioni 8 Persone
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 700 Gr. Farina 00
  • 300 Gr. Farina Grano duro
  • 600 Ml Acqua tiepida
  • 4 Cucchiaini Sale
  • 1 Cucchiaino Miele
  • 4 Gr Lievito di birra Fresco
  • 40 Gr Olio Extravergine di oliva

Istruzioni

  1. Sciogliere acqua sale, miele, olio e metà della farina. Aggiungere il lievito sciolto in un po' di acqua. Aggiungere la farina restante. Ottenuto un impasto compatto ma non duro. Lasciare riposare 10-15 minuti al coperto. Piegare la pasta in due e porla al centro di una teglia oliata. Oliare la superficie della pasta e far riposare per 40-60 minuti. Schiacciare la pasta e mettere un po' di sale e lasciare riposare 30 minuti, poi versare un bicchiere di acqua tiepida sulla pasta con un po' di olio, fare i buchi con le dita, condire o no e lasciare lievitare 60-75 minuti. 

  2. Infornate a 220-240 gradi per 15-20 minuti. 

La torta della nonna.

Secondo alcuni la reale origine di tale dolce è da attribuirsi al territorio Aretino, mentre altri optano per un’origine più recente fiorentina.

Alcune fonti dicono che la torta nacque per scommessa da parte di Guido Samorini, cuoco e ristoratore fiorentino. Secondo la tradizione, alcuni clienti stanchi dei pochi dolci che la cucina tipica offriva gli chiesero una sorpresa per la settimana successiva quando si sarebbero presentati per la novità. Il Samorini gli presentò questa torta semplice che fece tanto piacere nel gusto e nella novità.

C’è tuttavia un passaggio di Pellegrino Artusi che insinua il dubbio per cui la torta della nonna esistesse già molti anni prima: “…trovai il dolce ai pinoli e alla crema pasticciera un pasticcio gradevole, una frolla povera…“.

Una delle varianti di questo dolce è la “Torta del nonno”, con l’aggiunta di cacao e dell’utilizzo delle mandorle al posto dei pinoli. Altre varianti prevedono l’aggiunta di amarene all’interno della crema. Ma noi oggi andremo a preparare la ricetta classica.

Torta della nonna.

Dolce semplicemente perfetto.

Piatto Breakfast, Dessert
Cucina Italian, torta della nonna, pinoli, crema pasticcera, zuccheo a velo.
Keyword torta della nonna, crema pasticcera, dessert, pasta frolla, zucchero a velo, pinoli
Preparazione 15 minuti
Cottura 25 minuti
In frigo 1 ora
Tempo totale 40 minuti
Porzioni 6 Persone
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

Pasta frolla

  • 450 Gr. Farina
  • 125 Gr. Zucchero A velo
  • 250 Gr. Burro
  • 3 N. Tuorli
  • Qu.b. Buccia grattugiata di limone e arancia

Crema pasticcera

  • 750 Ml Latte fresco Intero
  • 250 Ml Panna Fresca
  • 400 Gr Zucchero Semolato
  • 100 Gr. Farina 00
  • Qu. B. Vaniglia
  • 4 Tuorli

Decorazione.

  • 30 Gr. Pinoli
  • Qu.b. Zucchero a velo

Istruzioni

  1. Iniziare a fare la crema pasticcera. 

    Far bollire in una pentola 750 ml di latte, 250 Gr di panna fresca e 200 Gr. Di zucchero.  A parte mescolare con 200 Gr. Di zucchero, 100 Gr. Di farina e la vaniglia. Appena bolle il latte aggiunggerne un mestolo alla farina e mescolate. Aggiungere un tuorlo alla volta e mettete il composto nel latte a fuoco basso, mescolate fino a far addensare il composto.

  2. Preparate la pasta frolla, mescolando tutti gli ingredienti e ponete in frigo il composto per un'ora.

  3. Imburrate, infarinate e foderate con carta forno una teglia. Rivestirlo con poco più di metà dell'impasto, riempirlo di crema pasticcera e ricoprirlo con la restante pasta. Cospargere di pinoli e infornare a 180 gradi per 25 minuti.

  4. Una volta raffreddata cospargetela di zucchero a velo.

Le uova di Pasqua e il Ruby Chocolate.

 

L’uomo nel corso degli anni è stato sempre interessato alle uova per funzioni diverse dalla semplice nutrizione. I primi ritrovamenti di uova decorate con motivi astratti risalgono a un sito archeologico in Sudafrica. In questo sito gli archeologi ritrovarono alcuni frammenti di uova di struzzo vecchie di 60 mila anni e decorate con motivi astratti – le uova erano probabilmente utilizzate come recipienti per l’acqua.

Nei millenni successivi l’uovo di struzzo è sempre rimasto piuttosto diffuso. Nelle tombe di grandi civiltà del passato (come antichi egizi e sumeri) gli archeologi ne hanno ritrovato frammenti decorati o riproduzioni in oro ed argento.

La tradizione di decorare uova passò poi ai primi cristiani che pitturavano le uova di rosso, per ricordare il sangue di Cristo, e le decoravano con croci o altri simboli (una tradizione che dura ancora oggi nei paesi ortodossi e cristiano-orientali). La simbologia dell’uovo per i primi cristiani era abbastanza evidente: dall’uovo nasce la vita che a sua volta veniva associata con la rinascita del Cristo e quindi con la Pasqua. In realtà, le uova decorate secondo questa simbologia sarebbero andate bene anche per il Natale, in occasione della nascita di Cristo, ma secondo alcuni studi la tradizione delle uova pasquali venne rafforzata da un’usanza tipicamente pasquale: la quaresima, cioè il periodo di quaranta giorni prima della Pasqua nel quale i credenti sono tenuti al “digiuno ecclesiastico”. In questo periodo è vietato mangiare carne. In passato, e tuttora nelle chiese cristiane orientali, era vietato mangiare anche le uova. Era difficile però costringere le galline a non depositare uova in quel periodo, così i primi cristiani si trovavano con un surplus di uova che non potevano mangiare. Dalla necessità di farci qualcosa sarebbe nata la tradizione di bollirle fino a farle diventare dure come sassi e poi dipingerle con colori sacri e simbolici.

Dal sacro al profano il passo è breve, e nei secoli successivi la tradizione si sarebbe allargata. Le uova cominciarono ad essere dipinte con colori vivaci che non avevano più nulla a che fare con il Cristo. Nel corso del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo, la storia delle uova pasquali si separò sempre di più dalla religione. Si cominciarono a costruire giocattoli a forma di uova, oppure confezioni per piccoli giocattoli costruite in cartone e coperte di seta.

Il non plus ultra di questo tipo di regali pasquali furono le famose uova di Fabergé, prodotte da una famiglia di gioiellieri per gli zar russi tra il 1885 e il 1917. Le uova di Fabergé erano costruite in oro o altri metalli preziosi ed erano decorate in maniera molto elaborata. Gli zar le utilizzavano come regali pasquali per le loro mogli e madri.

Le uova di Pasqua al cioccolato non sarebbero mai state possibili se non fosse stato per alcune invenzioni nella tecnologia del cioccolato sviluppate nel corso del Diciannovesimo secolo. Il cacao era conosciuto come bevanda da almeno un paio di secoli (lo avevano portato gli esploratori spagnoli dall’America). All’epoca il cioccolato si trovava soltanto in forma liquida e veniva bevuto insieme a latte e zucchero, visto che era estremamente amaro.

All’inizio dell’Ottocento un chimico e cioccolataio olandese di nome Coenraad Johannes van Houten, una specie di padre del cioccolato moderno, fece due invenzioni destinate a cambiare per sempre il mondo del cioccolato.

La prima scoperta di van Houten fu che trattando i semi di cacao con alcuni sali alcalini si riusciva a renderne il sapore più dolce e a favorirne lo scioglimento nell’acqua. La seconda fu un processo in cui, tramite una pressa, si schiacciava il seme di cacao, facendone uscire il grasso, il cosiddetto burro di cacao. Sbriciolando il seme privato di gran parte del suo grasso si otteneva una polvere che sarebbe stata la base di tutti i successivi prodotti di cioccolata.

Probabilmente nela prima metà dell’Ottocento, comparvero le prime uova di cioccolato. All’epoca esisteva già una tradizione che associava le uova alla Pasqua. Questa tradizione venne a sua volta legata al cioccolato quando in Germania, e soprattutto in Francia, vennero prodotte le prime uova di cioccolato piene, in maniera artigianale. All’epoca era difficilissimo ottenere una buona fusione di cioccolato che si potesse versare in uno stampo complesso. La pasta che ne risultava era estremamente fragile, irregolare e friabile. Nel corso dell’Ottocento ci furono ulteriori progressi che portarono alla realizzazione di una polvere di cioccolato pura, senza grassi, a cui veniva aggiunto zucchero e successivamente il burro precedentemente spremuto via. In questo modo si poteva ottenere una pasta liquida che era facile da far fluire in uno stampo.

Verso la fine dell’Ottocento i progressi tecnologici avevano oramai reso possibile unire la tradizione del cioccolato a quello delle uova regalo pasquali. L’idea venne per la prima volta ai dirigenti della Cadbury, un’azienda dolciaria inglese che esiste tuttora, che nel 1875 crearono il primo uovo di cioccolato pasquale vuoto con all’interno una sorpresa – nelle prime uova era un ripieno di mandorle dolci. Nel 1893 la Cadbury produceva 19 tipi diversi di uova pasquali in quella che chiamavano la “Cadbury Brothers Easter list”, cioè la lista di prodotti pasquali dei fratelli Cadbury. Nel 1905 la Cadbury introdusse un’altra innovazione tecnologica, le uova di cioccolato al latte (che era stato inventato una trentina di anni prima in Svizzera). Il nuovo prodotto fu un grandissimo successo di vendite che in poco tempo si diffuse in tutto il mondo. Oggi, la più grande fetta di mercato di uova di cioccolato è costituita proprio da uova di cioccolato al latte.

Oggi vi parlerò del cioccolato rosa, io personalmente ho comprato l’uovo artigianale del Cavalier Nicola di Gennaro, artigiani del cioccolato dal 1903. L’ho trovato all’Esselunga. Il laboratorio artigianale lo trovate sotto il nome di Dg3 Dolciaria S.r.l. ad Ospedaletto d’Alpinolo (Avellino). Il suo colore e gusto sono naturalmente dovuti alle proprietà della fava di cacao da cui prende il nome: Ruby.

Il cioccolato Ruby

Amanti del cioccolato, tenetevi forte: se finora avete vissuto nella certezza che ne esistessero solo tre tipi, d’ora in poi la vostra vita non sarà più la stessa. Oltre al fondente, al latte e bianco ora è stato creato anche quello… rosa! Beh, più o meno rosa.

Questa meraviglia dai toni decisamente pop non deve il suo aspetto Instagram-friendly o il sapore di frutta a nessun additivo, ed alcuni esperti presenti all’evento in Cina che l’hanno assaggiata ne sono già entusiasti. Come Angus Kennedy della Kennedy’s Confectionche ha detto al The Sun:

È qualcosa che avrebbe potuto essere inventato da Willy Wonka. Il colore è un vibrante rosa-rossastro, diverso da qualsiasi cosa abbia mai visto. È dolce come il cioccolato tradizionale, ma invece della sensazione calda e il gusto stucchevole, il sapore è vagamente piccante e fresco. Lascia addirittura il palato pulito e rinfrescato.

Carciofi ripieni.

Originario del Medioriente, il carciofo selvatico ha costituito fin dall’antichità un prodotto importante per i fitoterapisti di Egizi e Greci, ma pare che altrettanto antico sia il suo impiego nella cucina. Già nel IV sec. a.C. era coltivato dagli Arabi che lo chiamavano “karshuf” (o kharshaf), da cui l’attuale termine.
Nello stesso periodo Teofrasto nella “Storia delle piante” parla di “cardui pineae” che per caratteristiche di forma, proprietà e virtù sarebbero assimilabili ai nostri carciofi. L’uso di una qualche varietà di carciofo selvatico nella cucina romana è ricordata da Columella, che chiamandolo col nome latino di Cynara, conferma come a quel tempo si usasse consumare quella pianta sia a scopo medicinale che alimentare.

Nel “De re coquinaria” di Apicio, si parla anche di cuori di cynara che, a quanto pare, i Romani apprezzavano lessati in acqua o vino.

La coltivazione del carciofo da noi conosciuto venne introdotta in Europa dagli Arabi sin dal ‘300, ma notizie molto dettagliate sul suo sfruttamento risalgono al ‘400, quando dopo vari innesti, dalle zone di Napoli si diffuse prima in Toscana, e successivamente in molte altre regioni. Nella pittura rinascimentale italiana, il carciofo è rappresentato in diversi quadri: “L’ortolana” di Vincenzo Campi, “L’estate” e “Vertumnus” di Arcimboldo.

Il carciofo dapprima non godette di un eccessivo favore culinario, tanto che ai primi del ‘500 Ariosto affermava: “durezza, spine e amaritudine molto più vi trovi che bontade”. In quell’epoca, l’ortaggio iniziò comunque a comparire frequentemente nei trattati di cucina, dove si spiegava anche come trinciarlo, e la stessa regina Caterina de’ Medici ne divenne una sua estimatrice.

La fama afrodisiaca del carciofo, derivante con molta probabilità dall’aspetto fallico, andò di pari passo con la sua diffusione, ed era già ben radicata nel 1557, se il Mattioli nei suoi “Discorsi” scrive: “la polpa dei carciofi cotti nel brodo di carne si mangia con pepe nella fine delle mense e con galanga per aumentare i venerei appetiti”.
Un anno dopo il Felici concorda attestando che: “servono alla gola e volentieri a quelli che si dilettano de servire madonna Venere”.
Riguardo alle preferenze dal modo di consumare i carciofi nel 1581 Montaigne durante il suo Grand Tour annota che: “in tutta Italia vi danno fave crude, piselli, mandorle verdi, e lasciano i carciofi pressoché crudi”.

La marcia trionfale di questa pianta non conobbe soste neppure nei secoli successivi, tanto che ai primi dell’Ottocento il grande gastronomo Grimod de La Reyniere decanta: “Il carciofo rende grandi servigi alla cucina: non si può quasi mai farne a meno, quando manca è una vera disgrazia. Dobbiamo aggiungere che è un cibo molto sano, nutriente, stomatico e leggermente afrodisiaco”.

Ciò che distingue i diversi tipi di carciofo sono le spine che possono essere presenti o meno e il colore che può essere verde tendente al grigio o violetto. Oggi le varietà spinose più conosciute sono: i verdi della Liguria e di Palermo, e i violetti di Chioggia, Venezia e Sardegna. Un’ulteriore varietà di spinoso è quello di Toscana, di colore violaceo.
Fra i non spinosi, invece, troviamo il cosiddetto Romanesco, comunemente conosciuto come mammola, quello di Paestum e di Catania.
La massima produzione di carciofi l’abbiamo da novembre a giugno. Il requisito fondamentale del carciofo è la freschezza, quindi al momento dell’acquisto è bene scegliere carciofi pieni, sodi, con foglie dure e ben serrate.
Quando li si acquista devono essere sodi e senza macchie. Preferire gli esemplari più piccoli con le punte ben chiuse. Il gambo deve essere duro e senza parti molli o ingiallite. Se il gambo è lungo ed ha ancora delle foglie attaccate, controllare che siano fresche.
Per la conservazione si consiglia: se sono molto freschi ed hanno il gambo lungo di immergerli nell’acqua come si farebbe con i fiori freschi. Per riporli in frigo si devono togliere le foglie esterne più dure e il gambo; lavati e ben asciugati vanno messi in un sacchetto di plastica o un contenitore a chiusura ermetica: si conserveranno per almeno 5-6 giorni.
Si possono anche congelare dopo averli puliti e sbollentati in acqua acidulata con succo di limone, lasciati raffreddare e sistemati in contenitori rigidi.
Gustosi e versatili, questi ortaggi rappresentano una vera e propria miniera di principi attivi, utili sia per la digestione e la diuresi che per la cura della bellezza di viso, corpo e capelli.

In cucina i carciofi molto teneri si possono mangiare anche crudi, mentre gli altri vengono preparati fritti, alla giudia, alla romanesca, insomma nei più svariati modi. Si ricordo inoltre che in molte regioni italiane c’è la grande tradizione di fare con i carciofi le conserve sott’aceto o sott’olio.

Oggi invece cucineremo i carciofi ripieni.

Carciofi ripieni.

Piatto unico, leggero ma sostanzioso.

Piatto Main Course, Side Dish
Cucina Italian, Mediterranean
Preparazione 10 minuti
Cottura 30 minuti
Tempo totale 40 minuti
Porzioni 6 Persone
Chef Francesca Tartaglia

Ingredienti

  • 6 Carciofi
  • 3 Uova
  • Qu.b. Sale
  • Qu.b. Pepe
  • Qu.b. Prezzemolo
  • Qu.b. Mollica di pane
  • Qu.b. Olio di oliva Extravergine
  • 4 Spicchi Aglio
  • 1/2 Bicchiere Latte
  • 100 Gr Pecorino romano Grattugiato

Istruzioni

  1. Lavate e mondate i carciofi e i gambi. Consiglio di metterli in una ciotola con acqua fredda e limone, così da non farli annerire. Tagliate la punta, eliminando alte le foglie dure e apritelo come da foto.

  2. Preparate  ripieno in un altro contenitore. Unite la mollica, il latte, le uova, il pecorino, il pepe, l'aglio a pezzetti e il prezzemolo.

  3. Riempite I carciofi posti in una pentola dritti. Aggiungere l'aglio e un filo d'olio e cuocere per 30 minuti a fuoco basso.

  4. Potete mangiarli caldi o a temperatura ambiente.